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Romanzo criminale PDF Stampa
Scritto da Fabio Nardini   
sabato 04 agosto 2007

Regia di Michele Placido. Interpr.: Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Anna Mouglalis, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria. Scenegg.: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Giancarlo De Cataldo, Michele Placido. Fotografia: Luca Bigazzi.

 

C’era una volta, a Roma, una banda di ragazzi delle borgate. Giovani, violenti e disperati; pronti a prendersi tutto. Dopo un primo fallimento, che è solo l’occasione per rinsaldare lo spirito di gruppo, si lanciano alla conquista della città. Fortuna e determinanzione li assistono nell’assalto al vecchio mondo. Almeno finchè l’eccesso di ambizione non li travolge, condannandoli uno dopo l’altro.

Siamo, e basta questo breve riassunto a evdienziarlo, nei dintorni del mito, ancorchè basato su una storia vera. Che è la storia della banda della Magliana, una singolare holding criminal-affaristica, con addentellati politici di tutto rispetto, che per circa und ecennio spadroneggerà a Roma, abbastanza potente da trattare da pari con le più importanti cosche mafiose e da fungere in più di un’occasione da utile strumento per apparati dello stato in cerca di manovalanza. [...]
Il merito di aver dato statura tragica al gruppo di borgatari dal grilletto facile è tutto di De Cataldo che col suo Romanzo Criminale ha segnato un punto di svolta per il noir italiano. Con un’operazione non del tutto originale ma sicuramente inedita per la letteratura italiana, De Cataldo ha fuso alla perfewzione narrativa di genere, epica urbana e documentazione giudiziaria, dando vita ad un affresco di storia contemporanea che non ha precedenti nella letteratura italiana, e lo fa mettendo al bando ogni traccia di moralismo e ideologismo, immergendoci in un mondo ripugnante e violento ma popolato da personaggi tanto più affascianti quanto più sono lontani da noi. Affascinanti soprattutto in quanto non sono immediatamente riconducibili alla matrice psico/sociale che li ha generati; calandosi in un calco archetipico infinitamente più grande di loro, il Libenaese, il Freddo, Dandi, Roberta, trascendono tutti – in misura più o meno vistosa – il proprio qui-e-ora. Così, dietro una puttana abile a soddisfare i clienti, alle spalle di un teppista di periferia, si proiettano sinistre ombre shakespeariane.

E’ difficile dire che cosa resti di una tale operazione nel film di Michele Placido. Di primo acchito verrebbe da dire: ben poco.

Il cast non è assolutamento all’altezza di quanto richiesto dal soggetto; c’è anche da chiedersi quali altri attori italiani di oggi sarebbero stati all’altezza. Ma se Pierfrancesco Favino riesce a dare una sua caratterizzazione – anche se forse eccessivamente rozza e non articolata – del personaggio del Libanese, di sicuro Kim Rossi Stuart è un “Freddo” del tutto sotto le righe. “Apatico” sarebbe stato un soprannome più adatto. “Monocorde” e “inespressivo” gli si sarebbero attagliati ugualmente bene. Impacciato in un ruolo che richiede sì freddezza, ma anche una violenza malinconica e ostinata che a tratti sfocia nella paranoia pura, Rossi Stuart è un bel pesce fuor d’acqua. Anche Anna Mouglalis non riesce proprio a resuscitare il fantasma della femme fatale nelle stanze da letto della Roma anni Settanta. Nonostante tutto l’erotismo flou speso a piene mani dal regista.

Ma è soprattutto la sceneggiatura che non convince. Il richiamo diretto – che del resto era già presente in maniera massiccia nel romanzo – ai classici del genere gangsteristico (vengono in mente film come Scarface e soprattutto C’era una volta in America) serve solo a misurare la distanza tra i modelli di riferimento e la pellicola di Michele Placido, a tutto svantaggio di quest’ultima se non altro in termini di essenzialità narrativa. Per fare solo un esempio, l’adolescenza dei personaggi, che in C’era una volta in America fornisce la chiave dei successivi sviluppi della storia, in Romanzo Criminale (il film) viene ridotta a un singolo episodio (il furto della macchina) che da solo dovrebbe fondare l’amicizia tra i membri della banda; a questo punto si aprono le porte del  carcere che segnano lo spartiacque (e il cambio degli attori, come nel film di Leone) tra l’adolescenza e l’età adulta.

Peccato, perché l’operazione aveva tutte le carte per riuscire e sarebbe stata un vera boccata d’ossigeno per il cinema italiano di oggi che, salvo eccezioni che si contano sulle dita di ua mano, è quasi totalmente inguardabile.

 
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