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Marsilio,
pp.491, Euro 18.50
La
regione dello Härjedalen, nel nord del Svezia, al confine con la
Norvegia, dev’essere uno di quei posti che ti mettono di fronte alla
vastità della creazione. Distanze siderali tra casa e casa, tra
villaggio e villaggio, tra uomo e uomo, laghi solitari e montagne
boscose e lunghe, lunghissime nottate.
Lo Härjedalen, a quanto ho capito, sta a Ibiza come Ghandi sta a Bin Laden.
Faccio questa premessa perché Il ritorno del maestro di danza
è un libro che non potrebbe esistere fuori dallo scenario in cui è
ambientato. Le foreste, il freddo e il il nulla paesaggisticamente
magnifico in cui si svolgono le vicende sono personaggi a tutti gli
effetti.
Ed è
qua, in una casa isolata vicino a Sveg (per “vicino” si intende una
quarantina di chilometri, immagino), che viene trovato il cadavere di
un vecchio poliziotto in pensione. Il delitto è bizzarro fino al
grottesco: per terra ci sono delle impronte insanguinate che ricalcano
perfettamente i passi di un tango. [...]
Dall’altra
parte del paese, a Borås, la città dove il poliziotto assassinato ha
lavorato per anni, un altro poliziotto, un tempo suo collega, scopre di
avere un cancro. Il suo nome è Stefen Lindman, ha trentasette anni e
non ha mai preso in considerazione la possibilità di morire.
Forse
è per la paura del nemico che lo sta attaccando dall’interno che Stefen
attraversa il paese per arrivare fino al luogo in cui è stato ucciso il
suo vecchio collega, non tanto intenzionato a far luce sul mistero
della sua morte quanto a distrarsi dalla possibilità della propria.
Il mistero, in ogni caso, non è di quelli che si lascino ignorare.
Un
uomo spaventato che ha trovato un’orribile morte, un assassino, forse
due, che si nasconde nelle foreste, una donna misteriosa e ambigua, una
vecchia signora dalle idee politiche spaventose.
«[…] Se mai l’ideologia nazista possa essere definita politica.» dice Stefan Lindman.
«In che altro modo si può definire?»
«Criminale.»
Ed è
in una vecchia ideologia criminale, che ormai dovrebbe ssere morta e
sepolta, che questo nuovo delitto affonda le sue radici.
I
peccati dei padri che, contrariamente alla tradizione, non ricadono
sulle spalle dei figli, perché i padri sono ancora in circolazione, in
carne o in spirito, e ben decisi a a perpetrare la propria ideologia.
E ai figli non resta che rendersi conto, attoniti, che il nazismo non è ancora morto e che i propri padri “veneravano il Male”.
Il ritorno del maestro di danza
non è, come si potrebbe immaginare dal titolo, un sequel. Anzi. È il
primo libro “giallo” di Mankell a non avere come protagonista Wallander.
Ed è
un libro che si allontana ancora più dei precedenti dagli schemi della
letteratura di genere per addentrarsi in un discorso più ampio e più
complesso, che coinvolge il nostro passato e la nostra civiltà, le sue
luci e le sue ombre.
Specialmente le ombre, in un’analisi sobria e priva di toni melodrammatici, ma non per questo meno inquietante.
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