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All’incirca ogni cento anni pare che la logica abbia una sua seconda giovinezza. Per il resto del tempo è considerata inutile, nel migliore dei casi terribilmente snob, poi, gradualmente, torna in auge. Certo, narrativamente parlando.
Il cuore, muscolo fin dall’antichità grandemente sopravvalutato, fa spallucce e lascia che il cervello si goda il suo quarto d’ora di notorietà. Reni, polmoni, milza e pancreas non hanno mai avuto molta voce in capitolo.
Ed eccola arrivare, silenziosa e un po’ equivoca, come certe donne del secolo scorso: signori, toglietevi il cappello e salutate la deduzione. La figlia, la collega, l’anima cinica della logica.
Deduzione: procedimento logico che consiste nel ricavare osservazioni la cui verità dipende esclusivamente dalla verità delle premesse.
Osservare: rilevare, cogliere le caratteristiche, mediante i sensi o mediante strumenti più o meno complessi.[...]
Ed ora una piccola divagazione.
Sepolta nel mezzo della grande capitale inglese, nella zona a nord
della sfavillante Oxford Street, in una di quelle grandi vie rimaste
uguali a sé stesse fin dagli anni in cui regnava la Regina Vittoria, a
due passi dalla stazione della metropolitana di Baker Street, c’è
un’alta statua di bronzo verdastro, che osserva severa i passanti e i
turisti. Rappresenta un uomo alto e dal lungo impermeabile con
mantellina, ha un buffo cappello e una pipa in mano. Sotto c’è scritto:
the great detective. Nient’altro: si presuppone che il personaggio si
presenti da sé.
Torniamo alla logica. Il signore della statua, attraverso l’abile penna
del suo cronachista, ce ne fornisce una definizione assai più
pittoresca ed intrigante di quella del Palazzi.
Da una goccia d’acqua, scrive in un articolo Holmes, una mente logica potrebbe dedurre la possibilità di un Atlantico o di un Niagara, senza mai averli visti e sentiti.
Nel frattempo sono passati cent’anni e la logica si è presa un lungo
periodo sabbatico. Il noir è arrivato e passato, l’era del private-eye
solitario e tormentato è tramontata e Sherlock Holmes, il grande
detective, ha figliato una nuova generazione di menti. Lo ha fatto con
poco preavviso, cogliendo la critica un po’ alla sprovvista. È successo
così, senza una ragione precisa, in tempi e modi bizzarri e
particolari. E i suoi figli, malgrado abbiano una certa somiglianza col
genitore, hanno preso strade nuove e personali. In fondo sono nati nel
ventesimo secolo.
Holmes era alto quasi un metro e novanta, ma la sua straordinaria
magrezza lo faceva sembrare ancora più alto. […] Il suo sguardo era
acuto e penetrante; e il naso sottile aquilino conferiva alla sua
espressione un’aria vigile e decisa.
Le sue caratteristiche fisiche tornano nei suoi successori, un cocktail
perfetto di fascino rapace e altezzosa freddezza, come se l’interno (la
mente, la fibra morale) si rispecchiasse all’esterno secondo i canoni
lombrosiani.
Così Benton Weasley, il principale comprimario dell’universo narrativo di Patricia Cornwell, era un uomo alto e diritto, circondato da un’aura magnetica che metteva in soggezione chiunque gli stesse vicino.
La Cornwell sa quello che fa e si spinge addirittura a ucciderlo e
resuscitarlo come il celebre investigatore. Molti fan rimangono
shoccati, ma l’Autrice si è messa alle strette da sola, creando un
personaggio impossibile da sostituire.
Allo stesso modo Conan Doyle, dopo aver spinto il suo protagonista giù
da un baratro, avvinto in una lotta mortale col suo nemico di sempre
Moriarty, è costretto a riportarlo in vita tre anni più tardi, pressato
dai lettori.
L’agente speciale Pendergast, un altro dei figli illegittimi di Holmes, creato dalle penne di Douglas Preston e Lincoln Child, era
un uomo alto e magro, vestito di nero, quasi a lutto e, nelle parole di
una coprotagonista, era pallido, di un pallore che non le era mai
capitato di vedere in un uomo ancora vivo. Persino i capelli biondi
erano quasi bianchi.
Nell’ultimo episodio della serie, Brimstone, pubblicato negli States ad
Agosto, compare in una versione che ancora più ci ricorda il padre
putativo. Abbandonati i funerei abiti neri di fattura italiana, ci
offre una versione di sé in camicia hawaiana e pantaloni da surfista,
in un ‘travestimento’ degno di Holmes. E già in Reliquary aveva
dimostrato di padroneggiare quest’arte.
Ma il personaggio contemporaneo che più si avvicina al modello
originale, se non per l’estetica, quanto per la fibra, è indubbiamente
il Lincoln Rhyme di Jeffery Deaver, un esperto di scene del crimine
rimasto tetraplegico in seguito ad un incidente sul lavoro:
L’unica persona del gruppo che catturò completamente la sua
attenzione fu un bell’uomo dai capelli scuri […] seduto su una
complicata sedia a rotelle rosso brillante, alla quale braccia e gambe
erano fissate con delle cinghie.
E se Holmes ha un cattivo carattere, eccentrico e a tratti istrionico,
una certa aria di superiorità e un modo di fare anticonformista, i suoi
successori non sono certo da meno. In fondo, nessuno di loro può
permettersi di essere il migliore nel suo campo e – insieme – di essere
anche simpatico. Weasley ha una sempiterna aria spocchiosa, Pendergast
possiede un affettato accento del sud e delle buone maniere capaci di
far saltare i nervi ad un santo, Rhyme, infine è prepotente,
presuntuoso e indisponente.
In fondo, quindi, la figliata non è stata così numerosa. Il personaggio
caldo, impulsivo, iracondo, ha sempre dalla sua l’efficacia di un’alta
probabilità di transfert con il lettore. Senza allontanarsi dal genere
mystery, poi, e dalla serialità, difficilmente potremmo elencarne
altri.
Charles Beauregard, irresistibile protagonista dello spassoso Anno Dracula di Kim Newman viene descritto mentre osservava
il clamore con freddo interesse. Ben vestito, con mantello e cilindro,
avrebbe potuto essere un semplice ficcanaso ma dava la sensazione di
avere uno scopo ben preciso.
Ma, sebbene tangenzialmente la crime story venga toccata, sarebbe
eccessivo descrivere i romanzi della serie Anni Draculae come ‘gialli’.
Sir Seaton Begg, nato dalla penna di Michael Moorcock, detective
metatemporale, potrebbe essere la controfigura di Holmes, non certo un
discendente: non che questo tolga qualcosa all’indiscutibile bravura
dell’autore e al fascino delle sue realtà alternative.
Molti degni eredi del grande investigatore inglese, poi, vivono il
tempo di un libro, uscendo così dal criterio “serialità”. Una delle
principali caratteristiche del personaggio di Conan Doyle, infatti, è
quella di essere sopravvissuto a cinquantasei racconti e quattro
romanzi (il Canone, come lo definiscono gli estimatori).
Anche Guglielmo da Baskerville (il cognome non è casuale), nel Nome
della rosa di Umberto Eco, vive in un unico – irripetibile – romanzo.
Appartiene alla categoria delle ‘nuove menti logiche’ e la precede.
Come scrive l’Autore nelle Postille: avevo bisogno di un
investigatore, possibilmente inglese (citazione intertestuale), che
avesse un grande senso dell’osservazione e una particolare sensibilità
per l’interpretazione degli indizi.
Ma per tutto c’è un prezzo da pagare. Guglielmo non può avere momenti
di emozione, o almeno non può averne come tutti gli altri, tanto che
Eco deve eliminare un passaggio in cui questa traspare. Ho capito
che ci saremmo emozionati entrambi, io come autore e lui come
personaggio. Io come autore non dovevo, per ragioni di poetica. Lui
come personaggio non poteva, perché era fatto di altra pasta, e le sue
emozioni erano tutte mentali, oppure represse.
E conclude: […] una mia amica ha detto: “L’unica mia obiezione è che
Guglielmo non ha mai un moto di pietà”. L’ho riferito a un altro amico
che mi ha risposto: “È giusto, quello è lo stile della sua pietas”.
Forse era così. E così sia.
L’altro difetto del modello holmesiano si esplica sul livello del
vivere quotidiano. L’uomo fatto tutto di mente non può fare a meno di
essere una specie di freak sul piano sociale, di avere alcune mancanze
assenti nell’uomo medio.
Di Holmes dice Watson: la sua ignoranza era notevole quanto la sua
cultura. Di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica era
apparentemente digiuno.
Una visione del mondo specialistica, quindi, ma in un certo modo anche
carente. Come fa notare a Rhyme un suo saggio collega orientale: “Loaban (capo), tu sai così tanto di così poco, e così poco di così tanto.”
E Pendergast, in un raro momento confidenza – non a caso con una
ragazzina dark con tanto di capelli viola e piercing sulla lingua –
chiede: “È così importante essere come tutti gli altri? Io non lo sono mai stato.” Per poi aggiungere, subito dopo, divincolandosi dall’abbraccio nel quale la teenager lo aveva improvvisamente stretto: “Mi perdoni, non sono avvezzo a certe manifestazioni fisiche d’affetto.” Preciso come un bisturi.
Questo sul piano delle relazioni sociali e del vivere civile. D’altro
canto, però, dal punto di vista professionale, gli eredi di Holmes sono
impeccabili. Perfezionisti fino allo sfinimento, praticamente mai in
errore, migliori per antonomasia, per loro il lavoro è più una missione
che un modo di guadagnarsi da vivere.
“Non ci sono abbastanza dati” dice Holmes al pazientissimo Watson – e possiamo immaginare il tono “È un errore gravissimo mettersi a teorizzare prima di avere tutti gli elementi. Distorce il giudizio.” E ancora, lapidario: “Mi creda, nulla è più innaturale dell’ovvio.”
In quanto a Benton Weasley, la sua specialità sono i criminali che
commettono atti di violenza talmente efferati e incomprensibili che
lasciano perplessi gli investigatori di tutto il mondo. Inoltre, era noto perché nei rapporti di polizia e in foto da incubo riusciva a scovare indizi che agli altri sfuggivano.
Partendo da questi presupposti non c’è poi da stupirsi se i ragazzi
escono lievemente ossessionati dal proprio mestiere. E, a volte, la
forza d’animo non basta.
Un po’ tutti gli eredi di Holmes vacillano sull’orlo del baratro. Hanno
pochi punti deboli, ma quelli che hanno li possono distruggere da un
momento all’altro.
Non parlate a Pendergast della sua famiglia: nessuno dei componenti
dell’antica casata sembra aver resistito alla tentazione di commettere
almeno un paio di efferati delitti, e l’agente speciale si sente in
dovere di riabilitarne il nome spremendosi come un agrume. E,
naturalmente, comprando merletti e souvenir per l’anziana zia rinchiusa
in un manicomio criminale, portandoglieli in dono in una delle
frequenti, premurose visite.
Lincoln Rhyme, dal canto suo, è stato vicino al suicidio un certo
numero di volte. Aveva anche pianificato l’evento con ogni cura, salvo
poi cambiare idea all’ultimo momento, per amore del lavoro. Ma continua
a non poter fare a meno di notare lo sguardo – così lo chiama, sinteticamente, lui - che gli rivolgono tutti quelli che incontra, vedendolo su una carrozzella.
Benton Weasley, infine, non ha preso i sei anni di esilio nel migliore
dei modi, riducendosi quasi ad uno spettro. Ci descrive la sua
condizione la Cornwell : fare profili psicologici è un’attività senza senso e per Benton ammetterlo è come per un sacerdote stabilire che Dio non esiste.
Perché il proprio lavoro è una missione, e come tale è ammantata di
sacralità. Quando vacillano i sentimenti si può sempre ricorrere alla
logica, razionalizzando e interpretando, ma quando è la logica a
spezzarsi c’è solo il baratro della disperazione, il dolore, la
mancanza di significato.
Paradossalmente è questa la più grande differenza tra Holmes e i
personaggi a lui ispirati. Non solo il detective inglese è unico, poco
imitabile e sempre più simile a sé stesso, diventando via via più
coerente e reale. Holmes è anche virtualmente immune da vere grandi
cadute. Con una saggezza che Doyle, discretamente, poco ci mostra,
Holmes, l’uomo, coltiva i suoi difetti con amore e si procura tutta una
serie di ‘uscite di sicurezza’.
Quando era in preda alla frenesia del lavoro si dimostrava
infaticabile; ma ogni tanto subentrava la reazione, e allora rimaneva
per giorni e giorni sdraiato sul divano del soggiorno, senza dire una
parola né muovere un muscolo dalla mattina alla sera.
Anche la cocaina – la celebre soluzione al sette percento – lo aiuta, ma solo per un po’, fino a un certo punto.
L’unico dettaglio inverosimile del per il resto riuscitissimo apocrifo
di Nicholas Meyer, è proprio questo. Holmes, per come Conan Doyle l’ha
creato, non si permetterebbe mai di diventare dipendente da una droga.
Perché fatto di un’altra pasta, perché per definizione inaffondabile.
Non c’è baratro che tenga, per lui, come il Professor Moriarty ha scoperto a sue spese.
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