|
STEPHEN KING
LA TORRE NERA – LA NASCITA DEL PISTOLERO (Dark Tower – The Gunslinger Born)
Trama e Consulenza – Robin Furth, Sceneggiatura – Peter David, Disegni - Jae Lee e Richard Isanove, Traduzione – Pier Paolo Ronchetti
Editore - Marvel Comics/Panini
17x26, Brossurato, 64 pagine, colore. Prezzo € 3,00
“L’uomo in nero fuggì nel deserto e il cavaliere lo seguì.”
Quand’ho letto questo incipit avevo poco più di sedici anni e la mia storia d’amore con il fantasy era in quella scintillante fase iniziale tipica di tutte le storie d’amore: quella in cui non hai occhi che per la tua fanta e tutto è magnifico, tutto è speciale e passi delle mezz’ore attaccato al telefono a dire cose profondamente ingenue mentre tua madre mugugna in sottofondo.
Non che adesso io e il fantasy non si stia più insieme, intendiamoci, ma siamo un po’ come una di quelle coppie rodate e pantofolaie; ci vogliamo bene, ma l’ardore dei bei tempi s’è perso un po’ per strada.
Comunque, quando lessi il famoso incipit di cui sopra, la mia concezione di letteratura fantastica era puramente tolkieniana: cioè draghi, elfi, nani, anelli magici e tutto il repertorio tipico del medioevo magico che fa da sfondo a migliaia di romanzi e giochi di ruolo. L’idea di una fusione fra fantasy e western mi sembrava un tantinello blasfema e, proprio per questo, terribilmente eccitante.
Lessi quel romanzo tutto d’un fiato, come tramortito e da lì, cominciò una spasmodica attesa per i capitoli successivi (ben sei, più un racconto lungo) che avrebbero completato una delle saghe che ha rischiato di diventare un caposaldo della letteratura fantastica. Dico “ha rischiato” perché dopo i primi quattro folgoranti volumi, l’eptalogia in questione ha imboccato, a mio modesto avviso, la proverbiale brutta china finendo per cozzare contro un finale che ho trovato quantomeno svogliato e deludente, solennemente tirato via alla faccia mia, poveretto, che ho aspettato tutti quegli anni (ma come, mi hai sfracellato i santissimi per sette volumi con quel Marten/Flagg/Walter e poi me lo liquidi così?!).
Sto parlando de “La Torre Nera”, una delle (troppe?) fatiche letterarie del re del Brivido, l’Uomo del Maine, sua maestà Stephen King. Come mi è capitato di notare, il signor King ha la tendenza ad essere idolatrato o schifato a seconda dei casi. Comunque la vogliate vedere, bisogna riconoscere che la Torre Nera rappresenta uno dei momenti più alti della sua sterminata produzione; è più del suo opus magnus, è quasi il collante fra tutto ciò che ha scritto. Nei sette volumi che compongono la saga hanno finito per confluire personaggi e temi lasciati in sospeso in altri romanzi (Le Notti di Salem, L’ombra dello Scorpione, L’Incendiaria, solo per citarne alcuni) fino a formare un compendio dell'immaginario del Re: senza contare il fatto che a un certo punto sia lo stesso Stephen King a comparire fra le pagine della saga, nel ruolo di se stessso.
Come dicevo, non sono rimasto troppo entusiasta di come si sia concluso il tutto. Mi ero affezionato ai personaggi della saga, in particolare al suo protagonista, Roland Deschain di Gilead, l’Ultimo cavaliere, un po’ Re Lear, un po’ Ulisse un po’ il Monco di Sergio Leone: avevo la sensazione che non fosse stato detto tutto. Peggio, che non fosse stato detto abbastanza.
Quindi immaginatevi la mia sorpresa quando poco tempo fa ho appreso la notizia che la saga della Torre Nera sarebbe continuata... a fumetti!
Eh sì, il re del brivido è entrato nel mondo della letteratura disegnata e ci è entrato dalla porta principale, affidando la sua creatura alle capaci mani di Mamma Marvel. Titolo del progetto “Dark Tower – The Gunslinger Born”, testi a cura di Robin Furth e Peter David e disegni affidati all’ex-ragazzo prodigio dell’Image Jae “Hellshock” Lee. Sette episodi (per ora) che parleranno dell’adolescenza di Roland.
Un po’ di storia in breve: in un mondo a metà strada fra medioevo feudale e far west si muovono i Pistoleri, eredi di Arthur Eld (Re Artù), diplomatici e custodi della pace, dell’ordine e dell’Affiliazione, la lega che riunisce le principali baronie del Medio-Mondo. La strada per diventare un Pistolero è dura e accidentata, prevede un addestramento feroce che deve culminare inevitabilmente in un duello col proprio istruttore: chi ne esce vincitore può indossare il cinturone e diventare un Pistolero, chi viene sconfitto prende la via dell’ovest, dell’esilio, e non potrà mai più far ritorno a Gilead, il cuore dell’Affiliazione; Affiliazione che sta vivendo sotto la minaccia di Farson il Buono e dei suoi seguaci, in procinto di scatenare una sanguinosa guerra civile.
Nei primi volumi di The Gunslinger Born assistiamo a episodi già narrati in due romanzi: L’Ultimo Cavaliere e La Sfera del Buio. Assistiamo all’iniziazione di Roland, al tradimento del mago di corte Marten e al viaggio che Roland e i suoi amici intraprendono verso la Baronia di Mejis (dove il nostro cavaliere incontrerà la sua storica fiamma, Susan Delgado).
Che dire... dal lato tecnico questo progetto è inattaccabile. Ottima sceneggiatura (ma con un soggetto del genere è difficile scazzare) e, soprattutto, ottima resa grafica. Jae Lee propone un tratto realistico ma distante dall’enfasi supereroistica. Linee morbide e pulite, tavole in cui le campiture nere denotano una maestria degna del miglior Risso. Anche il colore di Richard Isanove è efficace: forse un po’ troppo “patinato”, ma il taglio crepuscolare, la prevalenza di toni autunnali, esalta e completa il superbo lavoro di Lee.
Cosa c’è che non va allora? Niente, niente... cose da fan. The Gunslinger Born mi sembra solo un po’ freddino, un po’ “studiato”. Manca di quell’immediatezza, di quell’inventiva che balzava fuori dalle pagine dei romanzi, in particolare dei primi quattro volumi. Poi i personaggi: mentre alcuni funzionano (Cort e il Re Rosso su tutti), altri finiscono per risultare un po’ piatti; ben realizzati ma privi di carisma. Come già detto, tutti hanno svolto il loro compito alla grande, ma forse avrei preferito un approccio più di cuore al progetto, mettendolo nelle mani di un team più estroso e sopra le righe (d’altronde King e McKean si erano già incontrati con risultati eccellenti sulla copertina de La Sfera del Buio). Questo non cambia il giudizio finale che è tutto sommato positivo, mentre le speranze per il futuro sono rosee: forse finalmente riusciremo a scoprire tutti i retroscena della caduta di Gilead e il destino dei vari compagni di viaggio, il primo ka-tet, di Roland (Alain, Cuthbert)... e poi, da quel che ho capito, la fine del progetto dovrebbe coincidere con la storica battaglia di Jericho Hill (quella in cui Roland perde il suo corno), sempre accennata ma mai veramente descritta nei romanzi della serie.
Ultima nota sull’edizione italiana a cura di Panini: il volume si presenta molto bene e la traduzione di Pier Paolo Ronchetti, oltre che ottima, è anche fedele nella terminologia a quella di Tullio Dobner, lo storico traduttore di King. Nota di merito anche per il lettering di Lorenzo Raggioli che è andato a sostituire il non proprio esaltante lavoro dell’edizione americana. Il volumetto è inoltre impreziosito da una lettera aperta dello scrittore del Maine e da un raccontino di Robin Furth, che chiarisce ai neofiti un po’ di punti chiave dell’ambientazione.
Commala-come-come,
La battaglia è cominciata!
E i nemici di uomini e rosa,
sorgono quando il sole si posa.
|