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Trad. di Delfina Vezzoli
Feltrinelli 2004 pag. 259 euro 16.50
Una noia perniciosa governava il mondo, per la prima volta nella storia dell’umanità, interrotta da atti insensati di violenza.
J.G. Ballard
L’universo
autoconcentrazionario nel quale una certa borghesia planetaria ama
rinchiudersi è uno dei luoghi ballardiani per eccellenza. Ben prima che
Mike Davis si prendesse la briga di studiare le “città private” sorte
nei dintorni di Los Angeles, James Ballard aveva già illustrato
l’entropia in agguato dietro l’utopia middle-class della comunità
perfetta. E come il grattacielo di “Condominun” conduceva dritto dritto
alla barbarie, e le graziose villette a schiera di “Un gioco da
bambini” producevano la rivolta violenta dei figli cresciuti a
baby-sitter e televisione, così ogni spazio urbano immaginato da
Ballard non è che una quinta provvisoria per lo scoppio di violenza che
seguirà. [...]
“Millenium
people” ha, in più, una spiccata tendenza a fornire un preciso
retroterra di classe alla ormai decennale esplorazione ballardiana
dell’immaginario collettivo. Come osservavo recensendo “Super Cannes”
su CUT-UP 2, Ballard è da sempre un autore implicitamente politico e
non è che dare espressione ideologica a questa intrinseca dimensione
politica giovi ai risultati artistici; soprattutto quando la
connotazione di classe risulta troppo sfumata e incerta. In “Millenium
people” Ballard mette in scena la rivoluzione della classe media in un
sobborgo di Londra, Chelsea Marina, che ha molto in comune con i
precedenti microambienti urbani (tranne forse per il carattere di
totale isolamento dall’esterno, che qui sembra mancare…). Uno
psicologo, la cui prima moglie è stata uccisa in un attentato
terroristico apparentemente privo di motivazione, viene coinvolto nella
rivolta, pur senza aderirvi pienamente. Del resto, scopi, obiettivi,
soggettività coinvolte, ideali: tutto in questa rivoluzione risulta
nebbioso e poco definito. La collosa “classe media” – almeno nel
discorso sociologico dominante - si è espansa fino a comprendere tutta
la collettività, con l’eccezione di pochi emarginati e di qualche
figura di star della politica e della finanza. Nel romanzo si mette in
scena la proletarizzazione di un settore di questa classe sociale, ma
purtroppo Ballard non è Balzac e le condizioni materiali lo interessano
meno delle sedimentazioni dell’immaginario; le dinamiche della
borghesia proletarizzata risultano ben poco credibili nell’insieme, e
soprattutto non riescono per nulla a innestarsi nello “spazio
interiore” della psicologia di massa che l’autore ha cominciato a
esplorare quasi quarant’anni fa. Da questo punto di vista, l’altro tema
che attraversa “Millenium people” - quello della violenza insensata,
assolutamente priva di motivazioni e di obiettivi precisi – è forse più
vicino alla sensibilità ballardiana. La psicopatologia del terrore, che
ha ormai avvolto la società europea e americana, non sembra
interpretabile in termini razionali. Che senso avrebbero altrimenti le
periodiche dichiarazioni di alti esponenti politici, puntualmente
riprese dai media, che annunciano imminenti attacchi di al-Quaida, se
non a terrorizzare la popolazione, probabilmente vista come una sorta
di nemico interno?
Anche se non ce ne siamo accorti, siamo già entrati da molto tempo in uno dei peggiori incubi ballardiani…
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