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LE INVASIONI BARBARICHE ( L'intervista a Moggi) PDF Stampa
Scritto da Isabella Conte   
domenica 11 novembre 2007
 

bignardi.jpgPur avendone sentito parlare come di uno dei programmi televisivi di punta de “La 7”, finora non mi è mai capitato di assistere ad una sola puntata de “Le Invasioni Barbariche”. Questo per due motivi principali: il segnale de “La 7” a casa mia si riceve malissimo, ma soprattutto, non ho molta simpatia per la conduttrice Daria Bignardi.

A parte questo, quando però ho letto sul sito di “Affari Italiani” che la stessa Bignardi aveva litigato con Luciano Moggi durante la puntata de “Le Invasioni Barbariche” andata in onda venerdì 2 novembre, mi sono affrettata a scaricare l'intervista in questione. Ero curiosa di vedere, finalmente, una giornalista porre a “Lucky Luciano” quelle domande che tutti noi, tifosi e non, attendiamo da tempo di sentirgli fare. Finora, infatti, si può dire che Moggi in tv abbia dettato legge su tempi, regole, domande da fare e da non fare, e così via; basti ricordare il duetto con Giovanni Floris a “Ballarò”, citato da Marco Travaglio ne “La scomparsa dei fatti”, in cui Moggi aveva intimato al conduttore gli accordi presi: "non si doveva parlare della Gea - scrive Travaglio - "cioè della società pietra dello scandalo Calciopoli," e il giornalista si era scusato molto per la domanda. Ma passiamo oltre.

 

moggi.jpgIl titolo stesso del programma in onda al venerdì sera su “La 7” - mutuato dall'omonimo e bellissimo film di Dénys Arcand - si riferisce al tipo di interviste “senza peli sulla lingua” che la conduttrice Daria Bignardi sarebbe solita fare ai suoi ospiti: domande spiazzanti, scomode, tono incalzante, insomma, tutto quello che da troppo tempo non siamo più abituati a vedere in tv o sui giornali, a parte qualche eccezione sempre più rara.

Ebbene, già dopo i primi minuti di colloquio con Moggi ho subito pensato: che delusione! Tutta qui la famosa intervista “barbarica”? Lungi da me voler insegnare il mestiere alla Bignardi, ci mancherebbe; ma esordire dicendo all'intervistato “Io, di calcio, non ne me intendo” significa fornire a Moggi un ulteriore pulpito televisivo da cui “Lucky Luciano” ha potuto, per l'ennesima volta, fare le sue sparate ad effetto, che ben conosciamo: “ce l'hanno tutti con me perché ho vinto troppo, sono stato troppo buono, non ho mai chiesto soldi all'azionista di riferimento”, eccetera eccetera. Per non parlare della memorabile ipotesi di complotto che, si mormora, sarebbe stato orchestrato ai suoi danni da Telecom, alias Tronchetti Provera, cioè l'Inter.

La regola del mestiere vorrebbe che, quando di un argomento non si sa nulla, un giornalista si documentasse in materia. Oltretutto, nel caso in questione, non si tratta di avere dimestichezza con il mondo del calcio, di sapere quand'è che si deve fischiare un fallo o conoscere la regola del fuorigioco, ma semplicemente di essere informati sui risvolti principali di un'inchiesta (quella appunto di Calciopoli) che per mesi e mesi ha imperversato su giornali e tv. Di domande da rivolgere a Moggi, quindi, ce n'erano parecchie; ma il voler camuffare la propria scarsa conoscenza dell'argomento con un tono da maestrina supponente ha finito per ritorcersi contro la giornalista. Un esempio? Chiedergli se anche lui non desideri per i suoi nipoti un mondo migliore, un mondo in cui non si sfruttino le proprie conoscenze affinché un amico riceva la Maserati in quattro mesi anziché in sei, come tutti i comuni mortali (e dove sarebbe il crimine? Di certo Lucianone ne avrà combinate di peggio, almeno a sentire i magistrati titolari dell'inchiesta!). Oppure, ribadire di non avere preconcetti, ma di fatto comportarsi in tutt'altro modo: interrompere continuamente l'intervistato, senza far capire nulla ai telespettatori di tutto quello che si andava dicendo, e contestarlo a priori accusandolo di comportarsi “come un padrino” (ma guarda! Finora non ce n'eravamo proprio accorti. Ci voleva l'intervista “barbarica” per scoprirlo).

Voglio dire, la Bignardi di spunti ne aveva moltissimi, così come la possibilità di far venire fuori aspetti ancora inediti della vicenda Calciopoli e del suo indagato più illustre.

E invece, ciliegina sulla torta, che cosa gli va a chiedere? “Ma è vero che lei faceva quattrocento telefonate al giorno? Come aveva il tempo di pranzare? E come faceva a fare la pipì?”. Risposta di Moggi, servita su un piatto d'argento: “Se vuole, glielo faccio vedere dopo”. Insomma, il classico rigore a porta vuota, tanto per restare in ambito calcistico.

Solo che la conduttrice si è infuriata, attribuendo la battuta al gallismo e al modo di fare “da padrino” con cui lo aveva già apostrofato. Per la prima volta in vita mia (ahimé) mi trovo ad essere d'accordo con Vittorio Feltri, che nel commentare la vicenda dalle pagine del suo giornale “Libero” ha scritto: “Alla Bignardi non è venuto il dubbio che ad un quiz di tale cretineria non ci fosse altra replica. (...) Comunque ciò che sorprende non è che Moggi fosse in grado di svolgere entrambi gli esercizi contemporaneamente, bensì che la conduttrice per appurarlo si sia spinta fino a invitare Luciano in studio. Non era necessario. Bastava uno squillo”.

Appunto.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( giovedě 03 gennaio 2008 )
 
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