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Farfalle Marsilio, Euro 18,50
La vittima è proprio il genere giallo ed il titolo è una dichiarazione d'intenti che potrebbe sfuggire ad un lettore disattento. La narrazione scorre fluida e pacata, come spesso accade nelle opere della scuola scandinava, ma qui più che altrove ciò che colpisce non è la profusione fantascientifica di mezzi (cui ci hanno abituato alcuni pessimi telefilm statunitensi) e neppure la delirante follia dell'assassino, ma la sottile ferocia dell'autore, l'imbarazzante silenzio tra le persone e la surreale follia del designato responsabile dell'indagine. Ebbene si, non si sfugge al canone di base: il morto esiste ed è una giovane appartenente alle forze di polizia. Alla doverosa celere risoluzione del caso viene erroneamente designato il commissario Backstrom.
Costui è un campione olimpico di indolenza ed arroganza, un imbroglione di mezza tacca: gonfia furbescamente le note spese, azzarda miserevoli approcci sessuali con le colleghe, autorizza esborsi faraonici per ulteriori rilievi scientifici, anch’egli vittima forse dei serial sopraccitati. Grazie a quest’ultimo la vicenda segue uno sviluppo il cui lieto fine rimane in continuo equilibrio precario: gli errori si sommano agli errori, mentre la giustizia segue il suo corso inciampando e scivolando ad ogni passo. Ciò nonostante si perviene ad una sorta di conclusione parzialmente consolatoria e morale, perché l’autore decide di eliminare il grottesco Backstrom, vero elemento perturbante e primo attore, a favore di un concreto realismo: in ciò, però, sta lo scadimento d’interesse della vicenda stessa. A circondare poi la vicenda un panorama di individui di dubbia moralità: immorali giornalisti alla ricerca del colpo a sensazione, attorucoli alla ricerca di una fama effimera e pseudo-psichiatri che richiederebbero cure a propria volta. Da segnalare anche un gustoso carteggio tra i responsabili delle istituzioni, alla ricerca di un capro espiatorio per l’improvvida nomina del commissario in questione, vera e propria caricatura del personaggio. Il sarcasmo dell’autore piega così i canoni del genere ad un impiego più vasto, tratteggiando una società scandinava intorpidita ed inconcludente, per cui anche il dialogo può essere un rischio pressoché inaffrontabile.
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