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Publio Aurelio, un investigatore nell’antica Roma
Hobby & Work, pp.318, Euro17.50
Nell’anno 25 dopo Cristo un drappello di legionari romani entra in armi in un villaggio del Caucaso e ne trucida gli abitanti, incurante del fatto che si tratti di vecchi, donne e bambini.
Ventidue anni dopo l’unica sopravvissuta arriva nella capitale dell’Impero e il suo nome è vendetta. Rapita Pomponia, la pettegola matrona da anni amica di Aurelio, si reca dall’ultimo degli Stazi per obbligarlo a rintracciare per lei i legionari che hanno compiuto il massacro. Il senatore è costretto ad accettare.
Con Nemesis la saga dell’investigatore in toga e laticlavio raggiunge il quattordicesimo titolo, senza essere per niente usurata dal tempo.
Publio Aurelio Stazio non risente i segni dell’età e continua a sfarfallare da un mistero all’altro e da un talamo (possibilmente già impegnato) al successivo. Il segretario, il greco e truffaldino Castore, che in quest’episodio si vede tagliato fuori dalle indagini, raggiunge nuove vette di spregiudicatezza e simpatia, impegnandosi più che mai per aiutare il suo padrone e farci la cresta nello stesso tempo.
In quanto all’intendente, Paride, più che mai sottomesso alla volontà degli astri, anche lui vorrebbe onestamente aiutare…
Come sempre la vita nell’Urbe è ritratta con pennellate sapienti, che non appesantiscono mai la narrazione, fresca e scorrevole.
Ciò che Danila Comastri Montanari ci rimanda è l’immagine di una civiltà simile alla nostra eppure così diversa, con il suo orgoglio guerresco portato oltre ogni limite e con le piccolezze tipiche degli uomini di qualsiasi tempo. Non ci sono individui totalmente virtuosi nei libri della Montanari, il senatore e l’assassino possono condividere più di quanto sembrerebbe a prima vista ed è difficile decidere tra il servo onesto e il servo ladro.
Nemesis, al di là della trama gialla ottimamente orchestrata, è la riflessione mai troppo seria sull’opportunità della vendetta e sui risultati che questa porta, sull’aggressività di un popolo glorificata oltre ogni misura e sulla generale sfuggevolezza della giustizia.
La citazione che apre il libro, da Tacito, riassume egregiamente il punto di vista di tutto il romanzo: hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace.
Di certo, potremmo pensare noi moderni, non sono stati gli unici.
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