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ARIA FESTIVAL-festival di teatro di strada e simili, di cui non se ne sentiva affatto il bisogno, è stato pubblicizzato così agli spezzini : “Venite perché è gratis”. Certo, è tutto da dimostrare cosa c'azzecchi questo Festival -diretto da Leonardo Pischedda e tirato fuori dal cilindro all'ultimo minuto- con la città, salvo la questione della gratuità (pare) anche per il Comune che lo ospitava. A parte che sarei curiosissima di sapere questo "tutto gratis" da dove venga veramente fuori. Nel senso che l'impressione, a naso, è che nessuno ci andrà a rimettere... e anche che non c'è alcun eroe del capodanno spezzino e soprattutto non c'è alcun benefattore. "Ma se è gratis, stai lì a vedere? Ci andranno tutti!". In realtà non mi sembra che l'evento sia stato alla fine poi così popolare, nel senso che l'impressione è che non abbia affatto attirato quell'orda di persone che forse lassù al Palazzo o alla Baia del silenzio si immaginavano. Poteva andare diversamente? Dove sono andati a finire i bei ragionamenti di una volta sulla "vocazione" di un territorio, sulla cultura come emanazione di un luogo ed espressione collettiva? Non ci sono altre idee in città?Tutto qui l'investimento sulla cultura? E' questo il grande evento su cui puntare da qui all'eternità? C'è qualcuno là fuori che si sente rappresentato da questo Festival? A quando un bel dibattito sul riordino della cultura in città? Ebbene, dentro questo Festival di cui fino a 5 minuti prima dell’inizio nessuno aveva capito di cosa si trattasse, oltre alle giocolerie, omino sul filo, clown e c., c’era anche una performance. Perché? Cosa c’incastrava? La performance-installazione di Michela Lucenti (gratis… che non è indicazione di valore di per sé…) nome di spicco nel panorama della danza contemporanea, iniziava con una visione di una danzatrice coniglietta un po’ personaggio da fiaba collodiana che imperava dall’alto di uno scalone e con una frusta fatta di rami dopo risate e gesti incomprensibili conduceva gli spettatori-asinelli a una seconda stanza -aula (siamo in una scuola).
Qua una Michela Lucenti ispirata, con i rami-capelli iniziava una danza fisica, di una malinconia contrita di colore bauschiano, come una mater dolorosa in mezzo a terra umida fino a quando veniva trasportata come in un bara da due uomini elegantemente vestiti che saranno i protagonisti dell’ultima scena nella terza stanza-aula danzando in un passo a due avvolgente, mentre alle loro spalle viene mandato un video in cui al ralenti loro stessi avanzano da lontano appena fuori da una galleria con un albero in mano. Poi scrivono su una lavagna frasi non sense che invitano a leggere. La performance è raffinata soprattutto nell’aspetto della danza e ricca di echi attuali e suggestioni arcaiche: la canoviana metamorfosi di Dafne in lauro, le danze sacre a cerchio, la simbologia connessa con l’albero: la rigenerazione, le ramificazioni verso l’alto e verso il basso a significare tensione spirituale e insieme legami solidi ed estirpazioni violente per guerre o migrazioni forzate. In tutto questo i quadri di Mirko Baricchi, collocati come mattonelle nella seconda aula, dalle mitologie quotidiane, immaginari fabulistici con sedie e conigli dal colore marrone scuro, conducono in realtà a territori di senso completamente diversi da quelli evocati dalla danza della Lucenti e ahimé non funzionano affatto come scenografia. Lo stesso vale per il video realizzato dal collettivo Uovo quadrato. Di grande impatto se considerato come installazione a se stante, collocato come fondale scenografico perde di forza e di significato. Si tratta di “rinforzini” che deviano dall’operazione principale che è chiaramente la danza che da sola grazie alla coreografia della Lucenti, ha la capacità di far immaginare un luogo dove il terrifico evento ultimo e la dolce nascita delle CREATURE si riuniscono. A volte per concedere al pubblico effetti visivi d’impatto, per riempire “vuoti” insomma, si sommano linguaggi indiscriminatamente ma tutti noi, abituati da tempo a operazioni di mixed media performance sappiamo quanto possa essere “rischioso” e difficile da gestire a livello registico un ambiente visivo e video che attira di per sé lo sguardo del pubblico. Questo non è un assemblage, né un combine painting, o un happening: è uno spettacolo di danza e la presenza sia pur un po’ appiccicata di altri linguaggi non ne cambia comunque la natura, come suggerisce invece erroneamente il biglietto di sala (“installazione/performance”). Paradossalmente, la danza con la sua fisicità accentuata, oscura il video e la pittura. Dunque queste potevano anche non esserci. Credo che in questo caso sia lecito domandarsi se non ci sia un clamoroso errore di regia: il problema non è né il senso del lavoro (il contenuto, se vogliamo) né la coreografia né gli elementi singoli che si sovrapponevano alla danza (funzionali magari in un contesto intermediale differente, in una situazione espositiva altra dove lo spettacolo diventa traccia, “tutto quello che rimane”). Il problema era a mio modesto avviso, la mancata concertazione dei linguaggi anche quelli della tecnica. Inutile chiedersi perché una raffinata coreografa come la Lucenti, un grande nome, si faccia affiancare in queste ultime produzioni nell’ideazione e nella regia dal giovane direttore del festival ARIA, Leonardo Pischedda con scarso curriculum artistico ma dal grande cognome e dal grande budget. Ma il gioco vale la candela? Vale la pena cioè rischiare di sentirsi dire della propria dignitosissima operazione artistica (questa o altre): “Beh, in fondo era gratis”? |