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grazie, 68! PDF Stampa
Scritto da Fabio Nardini   
domenica 20 gennaio 2008

Grazie, 68!

 

E’ il quarantennale, e puntuali fioccano le rievocazione del Grande Anno della Contestazione. Anche Cut-up vuol rendere omaggio all’anno della rivolta, attraverso una serie discontinua di segnalazioni che si snoderà attraverso tutto l’anno e oltre.

Intanto, vogliamo presentare uno spettacolo di Enrico Bernard che andrà in scena il prossimo 23 gennaio al teatro dell’Orologio a Roma con la Compagnia Arte e tradizione teatrale di Silvana Bosi (interpreti la stessa Silvana Bosi, Katia La Galante, Isabel Hernandez, David Milita, Maryvi Iampietro, Marco Giancarli, Salvatore Di Bari, Carla Rodomonte. Barbara Ricciolini). Si tratta di “Aspettando il 68”, gustosa farsa sul deserto ideale dell’Italia degli anni Ottanta (e Novanta e seguenti…).

Ecco un’intervista inedita con l’autore…

Enrico Bernard, autore teatrale, regista. Cosa ci puoi dire di te?
 

Bè, intanto diciamo che ho cominciato come cantautore, a 17 anni. Suonavo, come molti altri in quel periodo, al FolkStudio di Roma; più tardi sono andato a fare un provino, e mi consigliarono di  fare teatro. E’ così che è nato il mio rapporto con la scena teatrale. Al cinema sono passato più tardi, negli anni ’90, perché in quel momento – col primo digitale – si erano create le condizioni per fare film a basso costo. Anche se devo dire che, in precedenza, aveva già lavorato come sceneggiatore per il cinema.
 

A quali dei tuoi spettacoli sei più legato?
 

Voglio ricordare solo alcuni titoli. Intanto “Da cosa nasce cosa”, andato in scena nel 1986, che fu il primo spettacolo che riportò la critica teatrale in un piccolo teatro, il Tordinona;  mi ricordo che vennero tutti i più importanti critici, insomma fu un successo. Poi ci fu “Autrori si nasce”, che ha debuttato all’Argot, con la partecipazione di Giorgia Trasselli, e poi ancora voglio ricordare “Un mostro di nome Lila”, del 1990, che ha visto molte rappresentazioni in Italia e anche all’estero, e anche una edizione video da me curata. E ancora, mi piace ricordare “Mary Shelley e Frankenstein” un monologo che è andato in scena  a Roma e poi a Lerici, e “Holy Money” del 2007, con la regia di Sebastiano Tringali, che era anche attore principale.
 

E adesso questo “Aspettando il 68” proprio nel quarantennale del fatidico anno della contestazione. C’era già stata una precedente edizione dello spettacolo, vero?
 

Sì, nel 1988, il testo è lo stesso,  a parte il prologo e l’epilogo che sono una sorta di attualizzazione dell’idea centrale. Tutto lo spettacolo è basato sulla metafora dell’autobus: io sono molto legato al teatro beckettiano, e in questo “Aspettando il 68” naturalmente c’è un riferimento diretto a Godot e in genere al teatro di Beckett. Anche nell’aspetto farsesco che attraversa il testo. Non volevo fare uno spettacolo che contenesse riferimenti diretti, quindi mi è venuto spontaneo basarmi su una metafora, e ho voluto usare quella dell’autobus, un 68 che non arriva perché è stato dirottato, sviato, tradito…

Quando ho scritto “aspettando il 68” stavo seguendo una linea drammaturgia che poi ho formalizzato in un manifesto che ho chiamato “Teatro Snaturalista”: una teatro che tende a raggiungere il massimo della tragedia attraverso il massimo della farsa.
 

Nel tuo testo un ruolo particolare è quello della donna, un personaggio cacofonico, avvolto nel suo linguaggio delirante…
 

Il personaggio della donna deriva da un’impressione particolare: negli anni ’80 ci fu l’esplosione del linguaggio televisivo, dove tutti parlano senza dire nulla. Questa confusione linguistica ha la sua origine nella televisione, che è una mescolanza di linguaggi. Ora, il ’68 – per contrasto - è stata una rivolta anche linguistica, del resto tutte le grandi trasformazioni sociali si rispecchiano anche in una trasformazione linguistica.
   
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 30 gennaio 2008 )
 
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