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ALESSANDRO ZANNONI PDF Stampa
Scritto da Fabio Nardini   
mercoledì 01 agosto 2007

Alessandro Zannoni è autore di tre romanzi gialli, pubblicati con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi: “Alla luce dei fatti”, “Nero in dissolvenza” e “Lo stretto necessario”. Sarzanese doc, ha ambientato tutte le sue storie nella cittadina di Sarzana, al confine tra Liguria e Toscana. L’ambiente della provincia, con quel tessuto di relazioni sociali sempre un po’ ristretto, un misto di riservatezza ipocrita e di segreti condivisi ma taciuti, è lo sfondo ideale per le trame delineate da Zannoni.

“Nero in dissolvenza” è un noir di provincia esemplare sotto questo punto di vista, la storia di un fotografo invischiato in una relazione sessuale a tre, dove nessuno è mai quel che sembra. Il grigiore della vita di ogni giorno nasconde una rete di ricatti, squallori, finte trasgressioni, silenzi e complicità che solo la morte riesce – a volte – a mettere in luce, o ad oscurare definitivamente.

Più aerei e leggeri gli altri due romanzi, entrambi centrati sulla figura di Bernardo Strozzi, di professione antiquario ma coinvolto volente o nolente in intrighi legati al mondo dell’antiquariato. [...]

Ne “Alla luce dei fatti”, è un dipinto all’apparenza falso, incautamente acquistato dall’avvocato Verrocchio, il motore della trama; una vicenda che ci porta nel clima svagato e febbricitante dell’agosto sarzanese, quando il centro storico della cittadina ligure - in occasione del tradizionale mercato “La soffitta nella strada” - è invaso da folle di amanti dell’antiquariato alla ricerca del pezzo introvabile. E Bernardo Strozzi torna anche nel più recente “Lo stretto necessario”, un’altra storia di sordidi omicidi maturati nel mondo della ricettazione.

Ironico e divertito nel suo giocare con le convenzioni narrative (questo il finale de “alla luce dei fatti”: “come in un film anni ’50 parte una musica struggente. Una tromba accompagna i passi dell’investigatore dilettante. La macchina da presa si alza e lo riprende dall’alto, mentre svogliato e stanco si trascina lontano, in un paesaggio cittadino in bianco e nero. D’improvviso un primo piano impietoso. La scritta FINE compare, per incanto, a coprire la sua espressione triste”), cupo nel descrivere esistenze prive di sbocchi e soffocate nella propria inettitudine, Zannoni sa toccare le corde giuste di un genere, il noir, che ha rivelato negli ultimi anni la capacità di scandagliare la realtà del nostro tempo.

 

 

Due chiacchiere con Alessandro Zannonni

 

 

 

Come hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere molto presto forse perché mi faceva sentire un poco artista e dava un senso alla mia voglia di fare, senza sapere bene cosa.

Scrivo con serietà da poco tempo, da quando ho capito che la scrittura è la mia unica passione.

 

I primi tre romanzi appartengono alla narrativa di genere. Quali sono le motivazioni di questa scelta? E’ il frutto di una tua inclinazione o di una valutazione ragionata sulle potenzialità delle letteratura di genere oggi?

 

Non c’è nessuna valutazione ragionata, non ho seguito la tendenza che la letteratura di genere sta avendo adesso. Scrivo gialli perché mi diverte e mi viene naturale, perché è un genere che mi ha sempre attirato, sia in letteratura che al cinema. Non mi devo sforzare per immaginare misteri indagini e assassini, da piccolo il mio sogno era diventare un detective privato. In questo modo posso dire di aver coronato un sogno.

 

A proposito di genere, le tue storie si muovono tra il giallo classico e il noir. Ritieni che questa distinzione abbia senso? E se sì, a quale ramo va la tua simpatia come autore e come lettore?

 

Un romanzo è un romanzo, e le etichette servono solo a sistemare meglio i libri negli scaffali delle librerie. Romanzi tipo “Colpo di spugna” di Jim Thompson, “ La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini, “ La luce della follia” di Daniel Picouly, “American Psicho” di Brett Easton Ellis non si possono catalogare nella letteratura di genere. Le vere distinzioni si devono fare sulla scrittura, l’uso della parola, la costruzione della frase, la punteggiatura e la forza evocativa della storia. No, non faccio nessuna distinzione, giallo o noir purché scritto bene e con una storia che prenda.

L’unica cosa che voglio puntualizzare è che non mi piace il giallo classico, quello cosparso di indizi che permette al lettore di capire chi è l’assassino. Non è una gara di intelligenza. Le mie storie sono il resoconto di quello che è successo e il colpevole viene fuori quando è il momento, senza preavviso.

 

Nei tuoi lavori la dimensione locale, in particolare la tua città, Sarzana, è sempre molto presente. A tuo giudizio la provincia è più interessante della metropoli, e perché?

 

Cerco di scrivere storie plausibili, che possono accadere, per questo la mia città è così presente: una dimensione reale per storie reali. Credo nella città, nella piccola città, come posto ideale per storie nere o gialle, e non c’è nessuna differenza dalla grande metropoli: il male, la cattiveria, l’omicidio sono uguali dovunque, anzi, qui si nascondono nella tranquillità, nelle abitudini consolidate, nascosti tra le chiacchiere al bar o al negozio d’alimentari. Non ci sono gli alibi della metropoli, qui il male è più cosciente, non mediato.

E’ un male che fa più paura.

 

Scrivendo mi sono accorto che ti diverti spesso a giocare con le convenzioni narrative. Puoi dirci qualcosa di più di questa caratteristica della tua scrittura?

 

Mentre scrivo mi diverto e mi appassiono, preferisco scrivere in prima persona perché riesco ad immedesimarmi meglio nel personaggio ma questo comporta delle limitazioni perché non puoi raccontare cose che accadono ad altri personaggi o scrivere di eventi importanti che il personaggio narrante non deve e non può sapere. Allora mi invento il modo e la maniera di parlare direttamente al lettore, che sia una voce fuori campo o il protagonista della storia non importa, l’importante è che io riesca a mettere nero su bianco le emozioni e le idee che mi ballano in pancia.

 

 
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