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Alessandro
Zannoni è autore di tre romanzi gialli, pubblicati con lo pseudonimo di
Michelangelo Merisi: “Alla luce dei fatti”, “Nero in dissolvenza” e “Lo
stretto necessario”. Sarzanese doc, ha ambientato tutte le sue storie
nella cittadina di Sarzana, al confine tra Liguria e Toscana.
L’ambiente della provincia, con quel tessuto di relazioni sociali
sempre un po’ ristretto, un misto di riservatezza ipocrita e di segreti
condivisi ma taciuti, è lo sfondo ideale per le trame delineate da
Zannoni.
“Nero
in dissolvenza” è un noir di provincia esemplare sotto questo punto di
vista, la storia di un fotografo invischiato in una relazione sessuale
a tre, dove nessuno è mai quel che sembra. Il grigiore della vita di
ogni giorno nasconde una rete di ricatti, squallori, finte
trasgressioni, silenzi e complicità che solo la morte riesce – a volte
– a mettere in luce, o ad oscurare definitivamente.
Più
aerei e leggeri gli altri due romanzi, entrambi centrati sulla figura
di Bernardo Strozzi, di professione antiquario ma coinvolto volente o
nolente in intrighi legati al mondo dell’antiquariato. [...]
Ne
“Alla luce dei fatti”, è un dipinto all’apparenza falso, incautamente
acquistato dall’avvocato Verrocchio, il motore della trama; una vicenda
che ci porta nel clima svagato e febbricitante dell’agosto sarzanese,
quando il centro storico della cittadina ligure - in occasione del
tradizionale mercato “La soffitta nella strada” - è invaso da folle di
amanti dell’antiquariato alla ricerca del pezzo introvabile. E Bernardo
Strozzi torna anche nel più recente “Lo stretto necessario”, un’altra
storia di sordidi omicidi maturati nel mondo della ricettazione.
Ironico
e divertito nel suo giocare con le convenzioni narrative (questo il
finale de “alla luce dei fatti”: “come in un film anni ’50 parte una
musica struggente. Una tromba accompagna i passi dell’investigatore
dilettante. La macchina da presa si alza e lo riprende dall’alto,
mentre svogliato e stanco si trascina lontano, in un paesaggio
cittadino in bianco e nero. D’improvviso un primo piano impietoso. La
scritta FINE compare, per incanto, a coprire la sua espressione
triste”), cupo nel descrivere esistenze prive di sbocchi e soffocate
nella propria inettitudine, Zannoni sa toccare le corde giuste di un
genere, il noir, che ha rivelato negli ultimi anni la capacità di
scandagliare la realtà del nostro tempo.
Due chiacchiere con Alessandro Zannonni
Come hai iniziato a scrivere?
Ho
iniziato a scrivere molto presto forse perché mi faceva sentire un poco
artista e dava un senso alla mia voglia di fare, senza sapere bene cosa.
Scrivo con serietà da poco tempo, da quando ho capito che la scrittura è la mia unica passione.
I
primi tre romanzi appartengono alla narrativa di genere. Quali sono le
motivazioni di questa scelta? E’ il frutto di una tua inclinazione o di
una valutazione ragionata sulle potenzialità delle letteratura di
genere oggi?
Non
c’è nessuna valutazione ragionata, non ho seguito la tendenza che la
letteratura di genere sta avendo adesso. Scrivo gialli perché mi
diverte e mi viene naturale, perché è un genere che mi ha sempre
attirato, sia in letteratura che al cinema. Non mi devo sforzare per
immaginare misteri indagini e assassini, da piccolo il mio sogno era
diventare un detective privato. In questo modo posso dire di aver
coronato un sogno.
A
proposito di genere, le tue storie si muovono tra il giallo classico e
il noir. Ritieni che questa distinzione abbia senso? E se sì, a quale
ramo va la tua simpatia come autore e come lettore?
Un
romanzo è un romanzo, e le etichette servono solo a sistemare meglio i
libri negli scaffali delle librerie. Romanzi tipo “Colpo di spugna” di
Jim Thompson, “ La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini, “ La
luce della follia” di Daniel Picouly, “American Psicho” di Brett Easton
Ellis non si possono catalogare nella letteratura di genere. Le vere
distinzioni si devono fare sulla scrittura, l’uso della parola, la
costruzione della frase, la punteggiatura e la forza evocativa della
storia. No, non faccio nessuna distinzione, giallo o noir purché
scritto bene e con una storia che prenda.
L’unica
cosa che voglio puntualizzare è che non mi piace il giallo classico,
quello cosparso di indizi che permette al lettore di capire chi è
l’assassino. Non è una gara di intelligenza. Le mie storie sono il
resoconto di quello che è successo e il colpevole viene fuori quando è
il momento, senza preavviso.
Nei
tuoi lavori la dimensione locale, in particolare la tua città, Sarzana,
è sempre molto presente. A tuo giudizio la provincia è più interessante
della metropoli, e perché?
Cerco
di scrivere storie plausibili, che possono accadere, per questo la mia
città è così presente: una dimensione reale per storie reali. Credo
nella città, nella piccola città, come posto ideale per storie nere o
gialle, e non c’è nessuna differenza dalla grande metropoli: il male,
la cattiveria, l’omicidio sono uguali dovunque, anzi, qui si nascondono
nella tranquillità, nelle abitudini consolidate, nascosti tra le
chiacchiere al bar o al negozio d’alimentari. Non ci sono gli alibi
della metropoli, qui il male è più cosciente, non mediato.
E’ un male che fa più paura.
Scrivendo
mi sono accorto che ti diverti spesso a giocare con le convenzioni
narrative. Puoi dirci qualcosa di più di questa caratteristica della
tua scrittura?
Mentre
scrivo mi diverto e mi appassiono, preferisco scrivere in prima persona
perché riesco ad immedesimarmi meglio nel personaggio ma questo
comporta delle limitazioni perché non puoi raccontare cose che accadono
ad altri personaggi o scrivere di eventi importanti che il personaggio
narrante non deve e non può sapere. Allora mi invento il modo e la
maniera di parlare direttamente al lettore, che sia una voce fuori
campo o il protagonista della storia non importa, l’importante è che io
riesca a mettere nero su bianco le emozioni e le idee che mi ballano in
pancia.
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