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GIOVANNI DE MATTEO PDF Stampa
Scritto da Cut-up   
marted́ 08 aprile 2008

Sezione Pi Quadro, il suo romanzo di esordio, ha vinto il premio Urania ed è recentemente uscito nelle edicole nella storica collana di fantascienza di Mondadori (vedi la rubrica Fantascienza del nostro sito). De Matteo ha risposto ad alcune domande sul suo lavoro e sulla fantascienza italiana e ha concesso gentilmente a Cut-up.net un suo racconto.

 1) Intanto una domanda al De Matteo "agitatore culturale". Tu sei profondamente coinvolto nel movimento "connettivista", che si esprime già da diversi anni sul web e anche con pubblicazioni cartacee. Ci puoi dire in sintesi in cosa consiste il connettivismo?  

 

Il connettivismo è un'iniziativa culturale nata nelnostro paese, con l'obiettivo di riportarel'avanguardia (intesa sia nella sua accezioneletteraria, come sperimentazione e rottura con leconvenzioni, sia in senso scientifico e tecnologico,come attualità) al centro della scenafantascientifica. I semi da cui il connettivismo ègermogliato sono molti, dal futurismo al cyberpunk,passando per il surrealismo e il suo canale di dialogoprivilegiato con la New Wave. I movimenti hannopercorso la storia della fantascienza. Noi abbiamodeciso di farlo in Italia, che storicamente ha sempresubito "passivamente" la ricaduta di quanto andavaaccadendo nel mondo anglosassone. I nostriinterlocutori privilegiati, nella scenainternazionale, sono gli autori del filonepostumanista emerso con le ultime 2 generazioni diautori britannici (soprattutto grazie al cosiddettoNuovo Rinascimento Scozzese della fantascienza: Banks,MacLeod, Morgan, Stross, etc.).   

2) Il cyberpunk ha influenzato profondamente il tuo modo di rapportarti alla fantascienza. Oggi che il movimento lanciato da Gibson e Sterling ha già alle spalle quasi un quarto di secolo, pensi che questo approccio alla sf sia ancora attuale? Quali sono le eredità del cuberpunk storico e come andare al di là dei maestri? 

Il cyberpunk è stato il Movimento. Ha segnato un puntodi rottura all'interno del genere, dimostrando agliscettici la vocazione popolare di massa che la fantascienza, con gli anni, era andata perdendo,finendo confinata, per responsabilità proprie ealtrui, nel ghetto della letteratura. Probabilmente èanche per questo che lo zoccolo duro degliappassionati di fantascienza ha sempre diffidato delcyberpunk e dei suoi autori che sono stati, in molticasi, tra gli interpreti più lucidi dei cambiamentidel nostro mondo, apprezzati per questo giustamenteanche al di fuori del genere (penso a Gibson,ovviamente, al primo Sterling, a John Shirley e a PatCadigan, giusto per fare qualche nome).Ma con il tempo anche gli alfieri del cyberpunk hannofinito per orientare altrove la loro attenzione. Si ècosì imposta la necessità di un ricambio generale, chesi è compiuto nel mondo anglosassone con gli autoriinquadrati nelle frange sfilacciate di un non meglioprecisato scenario post-cyberpunk: Michael MarshallSmith, Neal Stephenson, Ian MacDonald, Walter JonWilliams, e i citati autori del filone postumanista.Io penso che le nuove generazioni, in Italia eall'estero, debbano tenere in debito contol'esperienza del cyberpunk, la sua capacità diriportare il focus del genere sulle diseguaglianzesociali e i temi di rilevanza etica che già oggi sonodi attualità o potrebbero diventarlo molto presto. Delcyberpunk va conservata senz'altro l'attitudine,mentre va rinnovato l'approccio, attraverso unamaggiore consapevolezza dell'importanza dellafrontiera scientifica e tecnologica. Per sua natura,la fantascienza è un genere privilegiato nel confrontocon il cambiamento. E visti i tempi sempre più velociche ci troviamo a vivere, è indispensabile che ilgenere riacquisti coscienza del proprio ruolo e delleproprie potenzialità. Un proposito, questo, che è allabase del movimento connettivista.    3) Pi quadro è un romanzo di ambientazione italiana, con tratti a volte marcatamente noir. Sei riuscito facilmente a collocare qui da noi un immaginario che solitamente ha una ben diversa cornice? E poi, perché proprio Napoli?   

 

Non è stato difficile, in un contesto globalizzatocome il mondo in cui viviamo. Il nostro immaginariorisente dell'influenza di milioni se non miliardi disorgenti diverse, e il grosso di questi bacinipsichici di attrazione sono comuni a un'ampia fettadell'umanità: che uno viva a Vancouver, a Napoli o aChiba, il grosso del bombardamento dei modelli gliarriverà da un comune circuito culturale e mediatico.Assistiamo da anni a un processo di omologazione distili di vita, abitudini e consumi, il nostro passodettato dall'American way of life. Sarà così finché inuovi titani asiatici (Cina e India) non siaffacceranno prepotentemente sulla scena. E alloradiventerà forse indispensabile ricalibrare tutti iparadigmi. Fino a quel momento, è naturale chel'ambientazione in una metropoli italiana non risultipoi molto distante da quello che potrebbe risultareun'ambientazione in una qualsiasi area metropolitanaeuropea o americana.La scelta di Napoli, per rispondere alla seconda partedella tua domanda, è dettata da ragioni puramenteaffettive, essendo le mie origini per metà lucane eper metà campane. Ma non è stata casuale: Napoliincarna le contraddizioni di tutte le grandi città delmondo, aggravate da una condizione di disagio e"depressione" autoctona. Come tristemente cidimostrano le pagine dei quotidiani e i servizi deitelegiornali, giorno dopo giorno.  

 

 4) Puoi parlarci delle difficoltà che hai incontrato nella redazione di questo tuo romanzo di esordio?   Confrontarsi con la misura lunga del romanzo non è maiun'impresa facile. Se poi uno non scrive per vivere,può arrivare il momento in cui i più svariati fattoriesterni impongono un rallentamento nel progresso dellavoro. La stesura di "Sezione Pi-Quadro" mi haportato via 10 mesi in tutto. Alla prima parte,scritta, rivista e corretta nel giro di 5 mesi(secondo la tecnica cara a Vonnegut, di scrivere eriscrivere ogni capitolo finché non mi avesse convintofino in fondo), sono seguiti 3 mesi di abbandono.Quando ho ripreso la scrittura, dopo avere maturatoidee e sviluppi a sufficienza, portare a termine i 2/3del romanzo mi è costato altri 2 mesi di lavoro. Poila revisione, prima in solitaria, poi con il preziososupporto di Sergio Altieri, ha necessitato di altri 12mesi di lavoro. Per questo, oggi, quel romanzoriflette esperienze e stati d'animo di un'interastagione della mia vita.   

 

5) Credi che ci siano le potenzialità per la crescita di una nuova generazione di scrittori italiani di fantascienza, di una fantascienza finalmente adulta?  

 

 

Me lo auguro davvero. In Italia abbiamo molti giovaniautori che non hanno nulla da invidiare ai loro"colleghi" d'Oltreoceano o d'Oltremanica. Occorre soloche l'editoria si decida a riporre in loro la fiduciache giorno dopo giorno, sulla rete, sulle fanzine esulle riviste del settore, questi autori stannodimostrando di meritare. E mi pare che i segnali degliultimi tempi siano più che incoraggianti, su questofronte.   6) Hai già qualche altro romanzo che dorme nel cassetto?  Qualcosa in attesa di venire fuori c'è, ma per ilmomento è solo nella mia testa. Al momento mi ritrovoimpegnato su diversi fronti, e malgrado questo milasci praticamente a corto di tempo mi sento davveroentusiasta. Ho diverse storie che aspettano di venirefuori e alcuni racconti già scritti che vedranno laluce nei prossimi mesi (a partire da "Orizzonte deglieventi" che uscirà in "Frammenti di una rosaquantica", la seconda antologia del connettivismo acura di Lukhra Kremo Baroncinij ed edita da KippleOfficina Libraria; per proseguire con "Oltre la sogliadell'Ignoto", un racconto a quattro mani scritto conAndrea Jarok sulla falsariga di William Burroughs, cheuscirà in una antologia-tributo a Lovecraft curata daPietro Guarriello). Mi sento un po' come devonosentirsi gli squali, costretti a nuotare senza tregua per evitare di andare a fondo...   

Tra le sabbie di Lankiveil

racconto di Giovanni de Matteo

 “Nel nome di Dio, il Caritatevole, il Misericordioso. Quando la terra è scossa dal terremoto finale, la terra abbandona il suo fardello e l’uomo dice: che cosa le accade? Quel giorno la terra narrerà le sue cronache, poiché il Signore la ispirerà. Quel giorno l’umanità verrà divisa in gruppi separati perché mostri le sue azioni. E chiunque abbia fatto un atomo di bene lo mostrerà. E chiunque abbia fatto un atomo di male lo mostrerà.” dalla sura titolata Il Terremoto 

L’incrociatore Quantica raggiunse Lankiveil tre mesi dopo essere salpato da Synnax, il più vicino Gate della Rete. Con il suo carico di rifornimenti e rimpiazzi aveva guadato l’Abisso di Whassalian, solcando le infide maree del tempo evocate dal nucleo di accelerazione di Kerr. Se l’impianto di spinta fosse stato uno dei propulsori in dotazione alla Nerve, la durata di percorrenza sarebbe stata ridotta di un buon settanta percento, ma l’Ordine non era la Nerve e per questioni del genere poteva permettersi tutto il tempo dell’Universo.

Subito dopo l’emersione dalla nube probabilistica, il Timoniere emise l’abituale richiamo nel suo incomprensibile linguaggio fatto di mugolamenti, gemiti e uggiolii. Una eco remota si diffuse nella gelida tensione del sogno. Mentre il Timoniere recitava per loro una sura tratta dal Sacro Libro, la cella di Padre Reverendo Jacob Blake veniva svuotata del gelo, riempita di linfa ristoratrice e nuovamente svuotata.

Al risveglio Padre Jacob aveva sulla lingua il retrogusto metallico del criosonno. È sempre così quando si riemerge dalla criofuga. Un attimo prima senti il gelo avvolgerti le membra, penetrarti attraverso la pelle fin dentro le ossa a permeare ogni singola fibra della tua anima, e l’attimo dopo sei lì desto, ancora avviluppato nel bozzolo quantistico intessuto da un invisibile aracnide di Schroedinger, a cercare di sgranchirti le articolazioni, sforzandoti di risorgere dal dolore che come un gemello siamese si accompagna al disgelo dei sensi. E in mezzo, iter obbligato tra questi due istanti, c’è il vuoto. Cieco, umido, totale. Popolato soltanto da pallidi scampoli di ricordi e dai fantasmi sinistri del passato.

 

Lankiveil era una lacrima di smeraldo sospesa nel cuore della notte siderale. Nel suo campo gravitazionale il corteo planetario soggiaceva alla cosmica danza della meccanica orbitale.

Padre Jacob Blake se ne stava seduto sulla poltrona di flussoschiuma che dava direttamente sul cristallo panoramico. Tutto intorno il rumore di fondo dell’astronave: i passi dei fratelli resi anomali dalla microgravità, il ronzio delle apparecchiature biostatiche, il sussurrio sommesso e discreto delle preghiere.

Osservando i ruderi orbitali del vecchio portale annichilito, quello che secondo le tradizioni era stato utilizzato dal Pequod al termine della sua spedizione temeraria, Padre Jacob sprofondò in uno stato di rapimento contemplativo. Il comandante della spedizione, Commodoro Hristo III Task-Felder, ne aveva decretato la dismissione per ragionevoli misure di sicurezza: se coloro che avevano cambiato il volto al sistema di Lankiveil si fossero affacciati alla Rete dei Mondi, forti di una tecnologia inconcepibile e di una crudeltà senza paragoni persino nella pur comprovata esperienza umana, nessun ritrovato bellico a disposizione dell’uomo avrebbe potuto contenerne l’avanzata.

Adesso il Gate era una sfera cava perfetta e inservibile del diametro di trecento metri, un guscio di materia esotica inerte sul quale i raggi smeraldini di Lankiveil scivolavano indifferenti. Ma c’era qualcosa che emanava da quel nero assoluto, indescrivibile, quasi che appena al disotto della superficie esanime fossero rimaste intrappolate per effetto di un macabro sortilegio le urla disperate della civiltà morente. Il risultato era una profonda sensazione di desolazione e inquietudine, e Padre Jacob si scoprì ansioso di superarne l’ellisse orbitale al più presto.

Per scacciare gli spettri del tormento, si rifugiò nella preghiera.

 

Come da prassi, la nuova guarnigione aveva dato il cambio ai precedenti occupanti di Base Shamshel. Ovviamente l’unico membro a non usufruire dell’avvicendamento era stato Ramiel, l’intelletto celeste che presiedeva alla stazione. L’equipaggio umano si trovava ora al completo nella sala di consultazione che, oltre ad essere impiegata come luogo di culto dello spirito e della mente, assolveva collateralmente a funzioni sociali. E difatti, nel mezzo di una pausa lavorativa, era proprio in corso una discussione dai marcati risvolti politici.

– Se avessi letto Spinoza e San Tommaso invece di trastullarti con Giordano Bruno e i connettivisti, a quest’ora la tua anima sarebbe assorta in ben altre occupazioni che l’interessamento alle sorti governative dell’Ecumene…

Si trovavano sulla stazione da nemmeno quarantotto ore e il contrasto tra le personalità più vivaci era giunto già ad un punto di aperto conflitto. Il rimprovero era stato appena pronunciato da Elias all’indirizzo di Thomas, la cui replica non si fece attendere. – Non è in discussione solo il futuro dell’Ecumene, onorevole Padre. L’Ordine del Respiro Divino, in quanto organo della Sacra Ecclesia Unitaria, è inestricabilmente connesso alle sorti dell’apparato istituzionale dell’Ecumene. Se la struttura crolla, crolla con essa tutto il palazzo. E su quel palazzo si dà il caso che sorga anche la nostra Chiesa.

– La Chiesa è un pilastro di quel palazzo, giovane Thomas, non una sovrastruttura aggiunta – rilevò Elias.

– Già, ma la conduzione di quel palazzo è rimasta nelle mani del Replicante per tutta la sua storia millenaria. Ammetterai la fondatezza delle preoccupazioni scientifiche sulla clonazione: passata la quinta rigenerazione cominciano ad insorgere gravi insufficienze e disfunzionalità per via del deterioramento del mapping genetico originario. È una legge statistica, e il nostro primo cittadino ha superato quel limite critico da un bel pezzo ormai. Il Replicante ha perso l’antica lucidità, questo è evidente: la sua persona non è che un vago simulacro del vecchio gerarca… Ormai è solo questione di tempo prima che la crisi si manifesti in tutta la violenza della sua portata.

– Il Replicante è il nostro pastore, giovane avventato – lo riprese Elias, il tono aspro. Poi, volgendosi a Padre Jacob, invocò il soccorso della sua autorità: – Magister…

Chiamato in causa, il decano non poté sottrarsi alle incombenze del suo ruolo. – Dovresti mostrare maggiore rispetto e fiducia nelle risorse del Replicante – dichiarò alla volta di Thomas, con esplicito proposito conciliatorio. – Ad ogni modo, l’Ordine gode di ottima salute, e non sarà certo una crisi politica a metterne in discussione il ruolo.

– Sono d’accordo, Magister – riconobbe Thomas. – Ma se permette, quaggiù siamo tagliati fuori dal corso degli eventi. Le manovre occulte della Nerve non potranno essere tenute a freno ancora a lungo, e difficilmente il successore del Replicante potrà contare sul sostegno politico necessario a garantire la stabilità del sistema. Mentre l’Ordine muove i suoi pezzi in vista dello scacco definitivo, noi restiamo prigionieri di questo eremo orbitale, a quaranta parsec dal più vicino portale della Rete.

Un mormorio di disapprovazione serpeggiò tra i presenti. Allora Baruch, che insieme a Costante fino a quel momento s’era limitato ad ascoltare, intervenne. – Scusami un attimo, onorevole fratello – disse all’indirizzo di Thomas. – Ma se eri tanto interessato ai retroscena della politica di palazzo, perché ti sei fatto mandare a Base Shamshel?

Thomas scosse la testa in un cenno di impotenza. – Magari avessi deciso io la mia destinazione! – Poi, quasi a volersi scusare dello sfogo, pronunciò l’invocazione suprema. – Sia lode al Signore! – disse tornando all’esame del suo settore sulla riproduzione olografica del pianeta.

– L’Onnipotente, il Misericordioso – suggellarono gli astanti, e la discussione poté ritenersi conclusa. Almeno per il momento.

 

Il Pequod aveva raggiunto Lankiveil sfruttando la prima e unica applicazione di una variante sperimentale dello spazio a differenza di fase. La sua missione era durata quasi due secoli, e al ritorno il nucleo di Kerr aveva soppiantato la variante nella propulsione non vincolata al supporto della Rete dei Mondi. La missione, pianificata nell’ambito del Programma di Esplorazione, aveva scelto Lankiveil come meta del viaggio a seguito della ricezione di un messaggio radio strutturato, la cui sorgente era stata individuata in quel sistema ai margini della Galassia. Per l’incarico erano stati selezionati i migliori ufficiali dell’Esercito e dell’Aerospaziale, la loro esperienza affidata al comando del Commodoro Task-Felder. Al loro arrivo a destinazione, tuttavia, lo scenario che gli esploratori avevano trovato ad attenderli non aveva rispecchiato le aspettative del mandato. Nessun segno di attività li aveva infatti accolti all’emersione dal subspazio: sui pianeti di Lankiveil restavano solo le rovine silenziose e spettrali di una civiltà aliena ormai estinta.

Dal controllo sulle masse planetarie era parsa da subito evidente la mancanza di un termine nell’equazione di bilanciamento. La logica conseguenza non tardò a prendere forma nell’animo del Commodoro: un intero pianeta risultava assente, spazzato via da un cataclisma di proporzioni cosmiche. Il segno della sua trascorsa presenza era sopravvissuto in forma di distorsione nello schema delle traiettorie degli altri corpi celesti, simile ad una piaga evanescente che stigmatizzasse il ricordo dei tragici trascorsi. La successiva ricostruzione degli eventi che avevano portato all’annientamento di una intera civiltà aveva giustificato l’appellativo attribuito alle forze ostili che avevano messo a ferro e fuoco il sistema: i Dirottatori di Vettori. L’epiteto suonava ancora oggi, a distanza di oltre un millennio, macabro ed evocativo.

A seguito della disattivazione del Gate, per secoli Lankiveil era rimasto isolato. La leggenda voleva che una spedizione non autorizzata fosse stata organizzata da una compagnia di lupi siderali – banditi senza legge che avevano prosperato nell’economia sommersa del sistema pre-ecumenico, il cosiddetto Concourse – al fine di svelare il mistero che secoli dopo la missione del Pequod continuava a gravare su Lankiveil. Documenti al riguardo, tuttavia, non ne esistevano, e di voci analoghe pullulavano i locali di qualsiasi stazione spaziale di transito. Ad ogni modo, dopo l’assorbimento della Santa Ecclesia nell’Ecumene per iniziativa del Replicante, o meglio del suo Precursore, che alcuni si ostinavano a chiamare Mutante ed altri continuavano a definire il Mulo, l’uomo aveva fatto ritorno alla verde stella di Lankiveil, questa volta per restarci. La sede eletta era stata quella luna orfana a cui spesso le voci pittoresche prosperate sul tema si riferivano come al pianeta proibito, e che per estensione era stata associata al nome stesso del suo sole.

In origine era stata impiantata una stazione orbitale completamente autogestita dall’intelletto logistico di bordo, poi l’Ordine ne aveva rilevato la conduzione e vi aveva assegnato una guarnigione fissa. I turni di permanenza erano di cinque anni, con opzione di rinnovo. Inutile dire che nessuno era mai resistito più a lungo del periodo di servizio assegnatogli. Quanto al perché le alte sfere dell’Ecumene avessero deciso di non installarvi un Gate di collegamento alla Rete, correvano diverse voci. Storie che vedevano ancora Lankiveil come una potenziale minaccia per la civiltà umana, indiscrezioni che millantavano la torva valenza mistica del luogo, e altre che ne decantavano le straordinarie ricchezze segretamente piratate dal Replicante.

Quello che era accaduto realmente laggiù, secoli addietro, nessuno studioso era ancora riuscito ad appurarlo con certezza. Era anche per questo che era stata impianta Base Shamshel, anche se non tutti condividevano quella consapevolezza. Le nubi della luna impazzita, lanciata nello spazio in un folle epicicloide attorno alla sua stella, si ostinavano a mascherare qualsiasi segnale utile a risolvere il mistero.

 

– Lei crede alla storia del Guardiano, Magister? – gli chiese una volta Thomas. Si trovavano nella sala di osservazione panoramica, assorti in meditabonda contemplazione delle lente ma inesorabili evoluzioni atmosferiche del pianeta sottostante. La luce smeraldo cavalcava i fronti temporaleschi e guizzava sugli oceani in acrobatiche manovre di riflessione totale.

Padre Jacob concesse al giovane fratello uno sguardo interrogativo.

– Ho parlato con Padre Zecharia Markov, a Sanctuary, prima della partenza – si affrettò a chiarire Thomas. – La sua passione per il bere è ben nota a tutti, ma conosco molte fonti che da sobrie non sono in grado di garantire una attendibilità maggiore. Padre Markov, in più di una occasione, mi ha accennato al mito del Guardiano.

– Vai avanti – lo esortò Padre Jacob.

– A quanto si racconta, il Guardiano sarebbe una misteriosa entità lasciata dagli antichi invasori del sistema a vigilare sulla quiete di Lankiveil.

– Uhm – annuì pensoso il decano.

– Alcuni parlano di sue possibili manifestazioni come anomalie di campo o intersecazioni elettromagnetiche straordinariamente intense, altri fanno menzione, con un po’ più di fantasia, a sfere senzienti e serpenti di fuoco. Tutti però concordano sulla potenziale minaccia sottesa alle sue apparizioni. Vi sarebbe incorsa, tra le altre, anche la Segugio Veloce.

– La Segugio Veloce fa parte del mito – sentenziò il Reverendo Padre. – L’unica missione pre-Ecumene comprovata è quella del Pequod. Settecento anni dopo è stata la volta della spedizione congiunta organizzata dalla Nerve e dall’Ordine.

– Ma Padre Markov ha parlato anche di un relitto, rinvenuto tra le sabbie del pianeta proibito.

– Scommetto che però Padre Markov non ha assistito di persona ai fatti narrati.

– No, Magister. Ma la presenza di quel manufatto può spiegarsi solo ammettendo una missione segreta, oppure riconducendola all’opera stessa dei Dirottatori di Vettori…

– Fratello Thomas, – lo interruppe Padre Jacob, – stiamo conducendo rilievi e studi sul sistema sin dal nostro arrivo, e prima di noi altri hanno svolto lo stesso lavoro. Il relitto è una vecchia leggenda, largamente abusata, di cui non esiste traccia materiale. La parola è un virus autoreplicante, e ogni versione aggiornata è diversa dalla precedente. Più colorita, più immaginifica. È la legge dell’entropia, dovresti averne sentito parlare, a Sanctuary.

 

Mentre la luna solitaria, orfana del pianeta madre, si approssimava all’afelio, e con essa Base Shamshel, Padre Jacob si sentì invadere da una sempre maggiore irrequietudine d’animo. Le rovine spettrali del Gate annichilito – cimitero di fisica inerte a galla nel vuoto siderale – si ripresentavano ciclicamente alla sua attenzione, e con esse la spiacevole sensazione di un presagio contrario.

La conversazione con Thomas lo aveva turbato. Erano trascorsi giorni, ma le parole del giovane continuavano a inseguirsi nei suoi pensieri. L’Ordine lo aveva investito di una notevole responsabilità: non doveva permettere ad elementi esterni di recare disturbo nell’opera iniziata dai suoi predecessori e che lui adesso si apprestava a portare avanti. Generazioni di fratelli, prima di lui, avevano condotto la ricerca del misterioso manufatto alieno sepolto dai Dirottatori di Vettori in quel deserto di rovine entropiche. Della sua esistenza restavano tracce inconfutabili nei rapporti ufficiali del Commodoro Task-Felder, tenuti rigorosamente segreti dall’intelligence della Nerve. L’importanza di quello strumento dalle misteriose funzioni e dalle potenzialità inconcepibili aveva alimentato fin dall’inizio la fioritura di miti sul sistema di Lankiveil, finendo per giustificare l’alleanza dei militari con l’Ordine. In effetti, anche se Base Shamshel era ufficialmente affidata ai Figli del Respiro Divino, era innegabile – per quanto discreto – l’interesse che ancora vi riponeva la Nerve e che si esplicava in cospicue percentuali di finanziamento.

Il manufatto alieno in cui l’antica missione s’era imbattuta, e che poi si era eclissato facendo perdere ogni traccia della propria esistenza, era la principale ragione dell’esistenza della stazione, dell’assenza di un portale che connettese Lankiveil alla Rete, nonché della presenza di Padre Jacob su quell’avamposto sperduto e funesto. Le ipotesi sulla sua natura erano fioccate tenendo testa al ritmo delle leggende. C’era chi favoleggiava delle sue risorse miracolose, e chi ammoniva sulla presunta minaccia che avrebbe potuto rappresentare. Nessuno però aveva basi concrete su cui fondare le rispettive teorie, dal momento che il Pequod non aveva riportato dalla sua missione risultati più concreti di immagini incoerenti e confuse riprese orbitali. La recente attività meteorologica del pianeta aveva reso ancor più problematica la questione, a causa della glaciazione che aveva alterato la conformazione orografica del territorio e dell’innalzamento del livello degli oceani che in seguito al disgelo aveva cancellato molte strutture di riferimento.

Per quanto metodica, la ricerca si era ormai ridotta a un’opera faticosa e frustrante, che asserviva ai suoi fini l’intero armamentario tecnologico della stazione. Nessuno a bordo conosceva però il reale obiettivo degli studi condotti, ad esclusione ovviamente di Ramiel e di Padre Jacob. Poteva Thomas rappresentare una minaccia per il suo incarico? Padre Jacob ne dubitava, ma si impose comunque una condotta avveduta.

Distolse lo sguardo dagli abissi punteggiati di diamanti della tenebra cosmica e spiccò un balzo nella microgravità, dirigendosi verso il desco. Sul legno di sintesi spiccava il volume inconfondibile che lo aveva assistito nel suo cammino attraverso la Fede e la Ragione: La Cosmogonia di Specktowsky, compendio di precetti e direttive da cui l’educazione di un Figlio del Respiro Divino non poteva prescindere.

Era stato quel libro illuminato a guidare la sua lenta e affannosa ascesa ad un ritrovato equilibro, dopo che la sua vita e il suo mondo erano stati messi in crisi dai tragici avvenimenti di Salusa Secundus. Solo grazie alle parole virtuose di Specktowsky e alla sua superiore dottrina aveva potuto tirarsi fuori dal vortice del dubbio, sfuggendo alla presa fatale dell’abisso orrido e informe. Era stato un processo lungo ed estenuante, ma infine era riuscito a riconciliarsi con la perduta pace interiore, o almeno così aveva creduto prima di incrociare Lankiveil e il suo oscuro mistero.

Ancora una volta in cerca di un porto franco per la sua anima turbata, si risolse a cercare nel volume monumentale un riparo dai venti contrari. L’odore consumato e antico delle pagine ingrigite si riversò nella cabina: vera carta di papiro vergata a mano, i caratteri accuratamente incisi dagli stiletti sapienti dei frati amanuensi. Le parole familiari, nell’ordine preciso del ricordo, presero a fluire attraverso gli spazi in fermento della sua mente, irradiandosi lungo le direttrici neurali verso i punti di fuga, all’interfaccia con l’anima.

 

La visione di un angelo di fuoco, membra risplendenti di luce abbagliante, fiorì negli abissi della sua coscienza. Nella notte del cosmo il messaggero divino sorse dal nulla e con la candida purezza della Fede, forza mistica congiunta ad un potere smisurato, spiegò le ali in un abbraccio di fiamma. I suoi occhi celesti, fonte sovrannaturale di una grazia suprema, si schiusero per dispensare la loro linfa ristoratrice e indeclinabile all’uomo che in trepidante silenzio contemplava. Poi…

Riverberando per le sale solitamente silenziose della stazione e lungo i corridoi spettrali, forte di un’urgenza inappellabile, l’allarme rosso trovò Padre Jacob immerso in preghiera. Il decano stava recitando una sura, e ironia della sorte volle che si trattasse di quella nota con il titolo de Il Terremoto. – Ramiel! – chiamò quando ebbe finito. – Cosa sta succedendo?

L’intelletto celeste non rispose, per cui Padre Jacob insistette. – Ramiel! – urlò, ma la sua invocazione non sortì effetto. Il costrutto si era rinchiuso nel limbo impenetrabile di un silenzio cibernetico. Padre Jacob si risolse quindi a consultare di persona il terminale, e fu con grande sorpresa che notò sul quadro di controllo l’assenza dei suoi fratelli a bordo. I sensori non registravano alcuna funzione vitale. Il prospetto della stazione lampeggiava emettendo bagliori vermigli in sincrono con il pulsare pressante delle sirene. La situazione era critica: stando ai dati del sistema di gestione, s’era verificata una improvvisa perdita di pressione nei serbatoi dell’aria. Una meteorite, pensò, aveva forato il rivestimento esterno di polititanio, e per riuscirci la sua mole doveva essere stata di tutto rispetto.

Forte delle scarse informazioni e di questo primo risultato deduttivo, Padre Jacob si mise in perlustrazione. Base Shamshel pareva davvero abbandonata, il silenzio degli ambienti sventrato solo dall’ossessivo ripetersi del segnale di allarme. Trovò Baruch e Costante nella sala macchine, connessi via cavo al simulatore cibernetico. L’incidente li aveva colti al lavoro condannandoli a una fine tristemente simile a quella di Ramiel, fulminati dall’improvviso sovraccarico elettrico dei sistemi. Avvicinatosi ai monitor del pannello di controllo, Padre Jacob vide una sagoma fluttuante nel vuoto. Dapprima pensò a un pannello staccatosi dalla stazione a seguito dell’urto, poi la sua mente estrasse dai macabri contorni la figura di un corpo umano: la salma di Elias, grottescamente scomposta, naufragava nell’infinito in attesa paziente che la gravità di Lankiveil rivendicasse il suo diritto di appartenenza.

Di Thomas non v’era traccia. Imperterrito, malgrado l’aria si facesse sempre più irrespirabile, Padre Jacob portò avanti la sua ricognizione. Gli occhi cominciavano a velarsi di lacrime quando un fastidioso afrore gli attanagliò la gola. Fu allora che si imbatté nell’ombra imponente di un gigante. Da quel momento in poi, le sue percezioni si fecero più confuse. Ricordò più tardi di avere avuto uno scambio di battute con quell’ignoto visitatore, prima di realizzare il simbolo dell’Ordine ricamato sul tessuto della tuta. Attraverso i riflessi opalescenti del visore scorse i lineamenti di un volto familiare, poi fu il buio. La tenebra.

Dopo un intervallo di incoscienza, conservò il ricordo piuttosto nitido dell’impostazione della procedura di lancio, poi Thomas che attraverso l’intercom della tuta accennava alla radio-pulsar e infine più nulla. Solo il soffio idraulico dei servomeccanismi che sigillavano la capsula, e i cigolii meccanici che precedettero il decollo.

La discesa si svolse in una sarabanda di tremiti e scosse, rutilante percorso mentale attraverso le dense coltri nuvolose della stratosfera. Nella griglia di comunicazione risuonò il crepitio della statica, sintomatico dell’interruzione totale di qualsiasi cordone ombelicale con la stazione madre. Sperò che Thomas fosse riuscito a mettersi in salvo, e si augurò che la seconda scialuppa lo raggiungesse al suolo al più presto. Continuò a planare, rimettendo la sua anima al volere della Provvidenza, immerso nel brusio di fondo che prese per la voce stessa del pianeta. Con uno scossone prolungato e terribile, la navetta guadagnò infine la superficie del pianeta scavando un solco nella distesa di sabbia lunare. Padre Jacob levò lo sguardo oltre il policristallo, e si perse nel sudario insanguinato che avvolgeva il Grande Oceano Sabbioso dell’Ar Rimal.

Doveva essere stato uno strano scherzo del destino a spingerlo in quel territorio nordico prossimo all’oceano polare, l’ultimo che erano riusciti a sondare con gli apparati di telerilevamento dalla stazione. E improvvisamente un nesso neurale percorse la sua consapevolezza come un arco voltaico incandescente: un quadro irreale si accese di una limpidezza incontestabile quanto minacciosa. L’incidente occorso a Base Shamshel poteva davvero essere ricondotto all’attenzione indiscreta che di recente avevano concentrato su quell’area a lungo dimenticata? Potevano i vaneggiamenti di Thomas, i miti del Guardiano e dei misteri analoghi che erano disseminati nelle voci su Lankiveil, avere alla loro origine una spiegazione fondata e razionale? Era tutto così assurdo perché potesse accettarlo, ma d’altro canto era difficile credere che il radar della stazione non fosse riuscito a individuare per tempo una meteorite tutt’altro che insignificante, facendo in modo che l’impianto di difesa provvedesse immediatamente alla sua eliminazione…

Con uno sforzo che gli strappò un gemito, Padre Jacob riuscì a liberarsi dalle cinghie che lo tenevano imbracato al divanetto di accelerazione. Ancora palpitante e confuso, sbloccò il portello e uscì nel vespro. La gravità del pianeta quasi gli toglieva il respiro. In un orizzonte mutante, sfumato dalle spire della bruma, rimase in estatica contemplazione di quel paesaggio divino e proibito. Dalla foschia vermiglia vide emergere con incredibile nitore le forme familiari di una apparizione spettrale. Davanti a lui un campo di croci si stagliava in tutta la sua maestosa inesplicabilità contro il cielo fiammeggiante del crepuscolo. Lasciandosi avvolgere da una melodia remota ed aliena, Padre Jacob si accasciò al suolo privo di sensi.

 

– Bentornato, Magister – lo accolse Thomas con tono di scherno. – Avevo proprio bisogno di te.

– Cosa sta succedendo? – chiese Padre Jacob, frastornato. Era accasciato al suolo, la schiena sorretta dallo scafo della scialuppa. Poco lontano, nel crepuscolo dilatato della zona polare, si stagliava la sagoma scura della seconda navetta. Faticò a scorgere il profilo di Thomas muoversi nell’ombra, armeggiando su un dispositivo astruso che la sua mente non riusciva ad associare a niente di noto. Delle croci che lo avevano accolto al momento dello sbarco, nessuna traccia.

– È un lavoro sporco – sentenziò Thomas – ma qualcuno dovrà pur farlo.

Ignorando il dolore che pulsava in ogni angolo del suo essere, Padre Jacob si tirò in piedi. Diede una fugace lettura all’indicatore sul settore periferico del visore e vide che aveva quasi dimezzato la scorta di ossigeno della tuta. Doveva essere rimasto privo di sensi per almeno un’ora. Non si preoccupò più di tanto: i nano-meccanismi di sintesi presto avrebbero cominciato ad estrarre aria respirabile dall’atmosfera ostile di Lankiveil. Con affanno si mosse verso Thomas.

– Tana per Thomas! – lo irrise questi, voltandosi verso di lui. Padre Jacob aveva ormai distolto l’attenzione dalla sua figura, focalizzandola invece sull’ordigno col quale fino a qualche istante prima aveva armeggiato e che adesso si affannava a caricare sullo shuttle. Si trattava di una testata tattica di classe NOVA. La bomba!

– Avevi dimenticato qualcosa, Magister – soggiunse Thomas. – Fortunatamente ci ho pensato io. Ora però mi serve il codice di attivazione. È stata una mossa astuta da parte tua modificarlo al nostro arrivo, ma anche estremamente prevedibile…

– Ma cosa hai intenzione di fare? Ti ha dato di volta il cervello, giovane stolto?

– Tutt’altro – ribatté il giovane, pacatamente. – La questione è sempre la solita: chi sorveglia i sorveglianti? Sai una cosa? Quando i nostri superiori mi hanno affidato l’incarico di tenerti d’occhio, mi sono sentito un po’ sottovalutato. Con tutta l’attività che percorre adesso l’Ecumene, proprio quaggiù dovevano mandarmi? Ma poi ho riflettuto a mente sgombra, e mi sono detto che una vacanza non mi avrebbe fatto male. Ultimamente, però, le mie certezze sulla leggerezza dell’incarico sono venute meno.

– Sei stato tu a provocare l’incidente sulla stazione? – arrischiò Padre Jacob, sperando di ricavare dalla risposta un appiglio per la sua residua integrità mentale.

– È proprio questo il punto – riprese Thomas. – Quello che è accaduto sulla stazione ha fatto vacillare le mie certezze, tanto da spingermi a mandare un messaggio prioritario alla nostra base logistica di Synnax. Mi dicevi che il Guardiano era una invenzione, e devo ammettere che questo era anche il mio parere. Ma sono stato costretto a ricredermi.

– Sei uno sporco tirapiedi della Nerve…

– La Nerve e l’Ordine avevano un patto, ricordi? – lo canzonò Thomas. – Che cosa ne è stato delle vecchie consuetudini cavalleresche…

– Tu sei pazzo! – ruggì Padre Jacob.

Thomas lo ignorò. – E cosa mi dici del tuo svenimento? – disse esibendosi in un’espressione di sufficienza. Padre Jacob sprofondò in un evidente stato di disagio. Nella voce di Thomas ammiccò un tono di vago compiacimento. – I nostri nemici sono molto potenti, più di quanto pensassimo. Riescono ad agire con uguale efficacia sul piano fisico come su quello mentale. È per questo che ho ritenuto opportuno informare la Nerve con urgenza. E a maggior ragione tu avresti dovuto assolvere con scrupolo al tuo incarico. D’altro canto, i nostri referenti devono avere avuto le loro buone ragioni per mandarmi quaggiù, con te…

Padre Jacob era prigioniero di un limbo senza parole. La gravità gli premeva sulle spalle col peso aggiunto delle rivelazioni. Era da solo, su un pianeta deserto, lontano centinaia di anni-luce da casa, in balia di un folle esaltato che minacciava di fargli esplodere una testata nucleare sotto il naso. Doveva pensare in fretta, se voleva evitare che l’umanità superasse un orizzonte degli eventi dal quale difficilmente avrebbe avuto la possibilità di fare ritorno. – Cerca di ragionare – farfugliò quindi, cercando di frapporsi tra l’interlocutore e la testata. – Non puoi pensare di risolvere tutto con una bomba NOVA.

– E cosa vorresti fare, interrogarlo davvero come un oracolo, secondo le direttive segrete dell’Ordine?

La Nerve aveva fatto davvero un buon lavoro, dovette ammettere Padre Jacob. Per raggiungere un tale livello di conoscenza doveva avere infiltrato l’Ordine fino al vertice della gerarchia. E Thomas era un valido esecutore di istruzioni: invasato e senza scrupoli. – Rifletti. Ci troviamo davanti alla più preziosa scoperta da quando l’uomo si è affacciato sulla scena galattica: non puoi essere talmente stolto da non riuscire a pensare ad altro che a farlo saltare in aria!

Thomas lo sbilanciò con una spinta facendolo quasi cadere tra la sabbia. – Salusa Secundus – disse poi, con tono di sfida, e Padre Jacob si sentì scoppiare. – Mi sono sempre chiesto cosa sia successo laggiù di tanto terribile da sconvolgerti, da farti perdere il discernimento del bene dal male… Ho sempre pensato che trovarsi davanti all’inferno o a qualche sua pallida manifestazione servisse a consolidare le virtù dell’animo, ma evidentemente con te non ha funzionato.

Incapace di trattenersi oltre, Padre Jacob si lasciò sfuggire un’imprecazione e si scagliò con tutto il peso del corpo contro quel giovane folle. Ma ormai da troppo tempo il suo organismo non saggiava gli effetti del peso, e il suo maldestro attacco finì con l’essere agevolmente schivato da Thomas. Colpito da un calcio alla schiena, il decano crollò al suolo scompostamente.

– Stai giù, powindah! – lo apostrofò con disprezzo Thomas. – La sabbia è il rifugio dei vermi. Vedi un po’ se riesci a trovare là sotto le ultime tracce della tua dignità! – Poi, puntandogli il phaser contro recuperò la sua compostezza. – Il codice! – gli intimò infine.

Fu allora che si levò la tormenta. Quasi in risposta alle parole sprezzanti del giovane, o forse invocata dall’ira del vecchio accasciato ai suoi piedi, una colonna di sabbia si levò al cielo spiccando maestosa nel crepuscolo infuocato. Giovandosi del momentaneo disorientamento di Thomas, Padre Jacob scattò in piedi e tentò un ultimo disperato assalto. Stavolta la sua azione ebbe maggiore successo, e riuscì in qualche modo ad assestare un colpo al giovane col quale finì per ruzzolare nella sabbia. La reazione non si fece aspettare: Thomas non ebbe vita dura nel capovolgere il rapporto di forze e si portò in posizione dominante sul rivale, inerme e immobilizzato sotto il suo peso.

Come se volesse riprendere un discorso interrotto troppo presto, il giovane continuò a inveire contro Padre Jacob. – Salusa Secundus, ricordi? Questa situazione mi richiama alla memoria quei giorni. Il fuoco è la pena dei peccatori: dovresti tenerlo sempre bene a mente, invece di indugiare nel dubbio. Questa consapevolezza basterebbe per farti ascoltare le urla di quei bambini senza Dio e delle loro luride madri con atteggiamento più consono al tuo ruolo!

La sabbia vorticava intorno a loro e il ruggito del vento si mescolava alle sprezzanti parole di Thomas. Intrappolato nel duplice turbine degli eventi e delle emozioni, Padre Jacob – il phaser puntato alla gola – agì d’impulso. La sua mano si strinse attorno alla massa solida e consistente di una pietra e, solo un istante dopo, la visiera dell’altro esplose in una pioggia di cristallo. Il volto di Thomas rimase pietrificato in una smorfia interdetta, mentre la sabbia di Lankiveil gli aggrediva la pelle e il vento torbido del deserto lo soffocava senza fretta.

Il giovane si avvide troppo tardi di quanto gli era appena accaduto. Il primo respiro gli colmò i polmoni dell’atroce mistura di gas venefici e sabbia e inutile fu il suo intempestivo sforzo di trovare riparo nella scialuppa. In preda ad un attacco di convulsioni si contorse al suolo per qualche secondo, poi giacque esanime semisepolto dalla rena, il phaser ancora stretto nel suo pugno inerte.

Un minuto più tardi, il cielo tornò sereno e il vento cessò. Davanti al cadavere, Padre Jacob non represse l’antico impulso ad affidare con la preghiera la sua anima a Dio. Poi si diresse verso la scialuppa, con in testa un solo pensiero.

Ignorava dove fosse situato il manufatto alieno che aveva scagliato contro la stazione prima e Thomas poi la sua collera implacabile, ma non doveva essere lontano. Ci sarebbero volute ancora alcune settimane prima che gli incrociatori della Nerve avessero raggiunto Lankiveil, in risposta al messaggio inviato dalla radio-pulsar di Base Shamshel, e quel settore non misurava più di quattro miglia quadrate. Con un po’ di fortuna avrebbe avuto il tempo per individuare il misterioso oggetto della sua ricerca e porgergli finalmente la sua domanda.

  
Ultimo aggiornamento ( marted́ 08 aprile 2008 )
 
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