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Home arrow Music arrow Momofuku, Elvis Costello e l’arte di scrivere canzoni
Momofuku, Elvis Costello e l’arte di scrivere canzoni PDF Stampa
Scritto da Jacopo Conti   
domenica 10 agosto 2008
costello.jpgLa figura di Elvis Costello è talmente strana ed eclettica quasi da cogliere alla sprovvista anche quando fa ciò che ci si aspetta. Momofuku ha i suoni di My Aim Is True e This Year’s Model, con quell’organetto elettrico molto ossessivo e le chitarre elettriche che sembrano suonate da mani (apparentemente) non molto pratiche: in due parole, new wave. O meglio, quello che a fine anni Settanta chiamavano così in Inghilterra e in America, ma che oggi difficilmente si identificherebbe ancora sotto quel nome (tanto volubile è l’assegnazione di etichette alla musica pop: in quegli anni uno dei maggiori gruppi di successo del genere erano i Police, e oggi piuttosto che definirli new wave c’è chi li etichetterebbe come reggae…).
Naturalmente la produzione è tutt’altro che tacciabile di incuria: anche la minima sbavatura è stata curata e limata – e si sente – ma l’intenzione generatrice di tutto il lavoro è proprio quella di fare un lavoro “d’altri tempi”, come la totale assenza di pubblicità e la prima distribuzione in vinile volevano dimostrare (ma è poi vero che non si pubblicizzavano i dischi nel ’77??). Tornare, sì, ma con gli occhi – pardon, le orecchie – di oggi.

Rispolverato lo smalto da rocker un po’ naif, dimostra di aver preso il meglio dalle collaborazioni con Paul McCartney, Burt Bacharach, Allen Toussaint, il Brodsky Quartet, e dai dischi orchestrali North e My Flame Burns Blue incisi per la Deutsche Gramophone (sì, proprio la label che pubblica solo classica…). Semplicemente: l’arte di scrivere canzoni. Come in un momento di sintesi hegeliana, l’irruenza del passato e il grande mestiere del presente si fondono per diventare Momofuku. Probabilmente  nessuno al momento è in grado di fare con la canzone, una forma che sta morendo, ciò che Mr. Costello sta facendo. È un demiurgo straordinariamente prolifico, di rarissima originalità, maestro supremo nel ripetere ciò che è già stato detto senza essere banale (il segreto è tutto lì…).
L’ambiguità modale – chiaramente derivata dai Beatles e da Neil Young – dell’apertura, No Hiding Place, è già nelle orecchie di tutti, ma giunge inaspettata, fresca. Turpentine è probabilmente il pezzo più riuscito del disco, con la sua foga appassionata, la sua elaboratissima melodia e i suoi coretti cristallini. My Three Sons è strutturalmente una ballad alla Gerswhin, anche se suonata in stile country. Questi tre brani svettano sugli altri, comunque eccellenti, come la bossa elettrica Harry Worth o il music hall di Mr. Feathers, anche se di tanto in tanto il divertito manierismo del bizzarro songwriter sembra fargli perdere l’equilibrio che lo porterebbe alla perfezione.
Ma forse il più grande difetto di Costello è un altro: la mancanza di immediatezza. Nonostante Momofuku sia decisamente più “facile” della sua produzione media, lo si comincia ad apprezzare realmente solo dopo cinque o sei ascolti. Anche questo, un pregio d’altri tempi.

 
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