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BAADER/MEINHOF: IL FILM PDF Stampa
Scritto da Andrea Campanella   
luned́ 13 ottobre 2008

La Banda Baader Meinhof

1967-1977: una storia vera

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Germania occidentale, anni 70. Bombe, attentati mortali insieme alla paura e alla minaccia di un nemico interno scuotono le fragili fondamenta della giovane democrazia tedesca. I più radicali figli della generazione nazista guidati da Andreas Baader (Moritz Bleibtreu), Ulrike Meinhof (Martina Gedeck) e Gudrun Ensslin (Johanna Wokalek) combattono una violenta guerra contro ciò che percepiscono come la nuova faccia del fascismo: l’imperialismo americano sostenuto dalle istituzioni tedesche nelle quali ancora agiscono uomini dal passato nazista. Il loro scopo era quello di riuscire a creare una società più umana ma l’utilizzo di strumenti disumani con i quali diffusero terrore e spargimento di sangue fu proprio ciò che gli fece perdere la propria umanità. L’uomo che più li comprese fu anche il loro più irriducibile cacciatore: Horst Herald (Bruno Ganz) il capo delle forze di polizia Che, se riuscì nella sua strenua caccia ai giovani terroristi fu tuttavia consapevole che si trattava solo della punta dell’iceberg.

 

notizie stampa

Produttore e sceneggiatore, Bernd Eichinger (Il Profumo, La Caduta) porta sul grande schermo il lavoro di Stefan Aust Der Baader Meinhof Komplex sul terrorismo della Raf (Rote Armee Fraktion). Il regista Uli Edel (Christiana F. e i ragazzi dello zoo di Berlino) presenta i drammatici eventi che fecero vacillare le fondamenta della Repubblica federale tedesca dal ’67 all’Autunno tedesco del ’77.

 

informazioni sul libro

Il libro di Stefan Aust Der Baader Meinhof Komplex è stato pubblicato nel 1985. A oggi è ancora considerato il più completo testo di riferimento sulla guerra allo stato attuata dalla Rote Armee Fraktion. Né processo né difesa il libro non da giudizi sia legali che morali. E’ un protocollo, una cronaca degli eventi che ebbe il suo culmine nell’Autunno tedesco del 1977 col dirottamento e la successiva liberazione di ostaggi ed equipaggio dell’aereo Lufthansa ‘Landschut’, i “suicidi” in carcere dei leader della Raf con il conseguente omicidio di Hanns Martin Schleyer, presidente degli industriali tedeschi.

sinossi

Giugno 1967. La nota giornalista di sinistra Ulrike Meinhof (Martina Gedeck), colpita da alcuni articoli relativi a una violenta dimostrazione a Berlino durante la quale uno studente è ucciso da un poliziotto e preso atto del fallimento del suo matrimonio, decide di trasferirsi a Berlino con le due figlie. In quella città cresce il suo coinvolgimento all’interno del movimento studentesco antiautoritario e anticapitalista. Meinhof è sempre più consapevole del fatto che il suo mestiere di riportare semplicemente gli eventi che accadono non riuscirà a portare nessun cambiamento reale. Di conseguenza, la decisione di Gudrun Ensslin (Johanna Wokalek) e del fidanzato Andreas Baader (Moritz Bleibtreu) di incendiare un grande magazzino come segno di protesta contro la guerra in Vietnam la colpisce profondamente. In seguito all’arresto di Baader, Mainhof partecipa alla sua liberazione dal carcere, un atto che segna la fine di ogni legame con la vita condotta finora e perfino con le sue figlie. Insieme con Baader e Ensslin, Meinhof fonda la “Rote Armee Fraktion” (Raf) con lo scopo di diffondere la resistenza armata contro la situazione politica in Germania.

Dopo un periodo di addestramento militare in un campo di El Fatah in Giordania, il gruppo dà l’avvio a una serie di rapine in banca e mette in atto un gran numero di attentati violenti e mortali. Il numero delle vittime provocate da tali attentati inizia a salire e di pari passo cresce anche l’isteria della stampa. Il capo della polizia della Germania federale Horst Herold (Bruno Ganz) oppone al gruppo un gigantesco apparato di polizia che nel 1972 riesce a catturare Baader, Ensslin e Mainhof insieme con altri membri della Raf.

E’ soltanto dalla condizione di prigionia che la leadership del gruppo riesce a guadagnare un reale potere politico. La gente, in misura sempre crescente, dimostra di sostenere la loro causa e l’organizzazione accoglie un gran numero di nuove reclute tra le quali spicca Petra Schelm (Alexandra Maria Lara) e un nuovo capo, Brigitte Mohnhaupt (Nadja Uhl). In seguito a una serie di scioperi della fame e a ulteriori attentati la Raf è in grado di esercitare una maggiore pressione sul governo e di scuotere le basi della democrazia tedesca. Mentre però le figure di Baader, Ensslin e Meinhof sono diventate ormai veri e propri simboli della protesta radicale, all’interno del gruppo i motivi di tensione si sono accresciuti. Nel maggio 1976 Meinhof si suicida nella sua cella.

Nell’autunno del 1977 il violento scontro tra lo stato tedesco e la Raf è fuori controllo. Sei settimane dopo il rapimento di un famoso industriale un aereo con 86 turisti tedeschi a bordo viene dirottato. La frenetica ricerca dell’industriale da parte del capo della polizia Herold resta inutile ma l’aereo viene in seguito liberato da una squadra antiterrorismo tedesca. La mattina successiva alla liberazioni dei turisti, Ensslin, Baader a altri membri della Raf sono trovati morti nelle loro celle. Come ritorsione la Raf uccide l’industriale.

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Intervista con Bernd Eichinger

 

Che cosa l’ha spinta ad adattare per un film il libro di Stefan Aust, Der Baader Meinhof Komplex?

Avevo in mente di fare un film su Ulrike Meinhof già dal 1978. In quel periodo però l’argomento del terrorismo tedesco non era ancora stato sufficientemente indagato e inoltre non mi sentivo abbastanza competente per affrontare una materia tanto eterogenea e complessa. Soltanto oggi posso ragionevolmente affermare di avere sufficiente esperienza come regista per trattare questo capitolo chiave della storia della Germania del dopoguerra. La realtà è che per me questo film ha avuto una gestazione che è iniziata perfino prima del 1978. Il terrorismo tedesco e la storia della Raf è un argomento che mi ha interessato fin da quando ero studente di cinema a Monaco, nei primi anni Settanta. Avevo vissuto l’esperienza del movimento studentesco degli ultimi anni Sessanta come qualcosa di molto positivo. Il crollo delle istituzioni autoritarie, una ritrovata solidarietà tra i giovani, la ricerca di nuovi stili di vita e di relazione con gli altri – tutte queste cose mi avevano affascinato e profondamente colpito. Poi però si cominciò a parlare di uso della violenza come strumento politico e io non mi trovai d’accordo. Non ne vedevo la ragione. Quando il movimento divenne una militanza divenne anche autoritario e questa per me era una cosa inaccettabile. Se qualcuno mi parla ponendosi in una posizione di presunta autorità nei miei confronti non riesco a prenderlo sul serio. Malgrado questo, tra le persone che conoscevo furono in molti a sostenere questa posizione militante. Da parte mia, non capivo il loro punto di vista. E proprio perché non capivo il loro punto di vista la cosa è rimasta per me affascinante. Da una parte l’argomento mi respinge ma nello stesso tempo non riesco a togliermelo dalla testa perché rappresenta un mistero che voglio risolvere. Si può dire, insomma, che la motivazione all’origine di La banda Baader Meinhof è la stessa della Caduta.

 

Perché ha scelto di basare il film sul libro di Stefan Aust?

Il libro di Stefan Aust è un testo di riferimento classico. Il suo lavoro resta l’unico compendio realmente attendibile di ciò che è avvenuto tra il 1967 e l’ ‘autunno tedesco’ del 1977 in relazione con la storia della Raf.

 

Perché ha voluto Uli Edel come regista?

Innanzitutto perché ho pensato che avere un regista tedesco che avesse familiarità con l’argomento era una condizione imprescindibile. Poi, sapevo fin dall’inizio che il film avrebbe infranto alcune delle più consolidate regole della struttura e della drammaturgia narrativa del cinema: non ci sono eroi in questo film, nessuno che il pubblico possa identificare come tali. Non c’è neppure una trama in senso stretto, nessuna narrazione lineare. C’è solo la mostruosità degli eventi a catturare l’attenzione del pubblico e a mandare avanti la narrazione. Sapevo che il film avrebbe dato al pubblico l’impressione di trovarsi in un fiume impetuoso che avvolge e trascina nella assoluta consapevolezza che ad attendere lo spettatore ci sarà il fragore di una cascata e che il tutto si concluderà con un esito drammatico. Per creare un vortice cinematografico di questo genere ci vuole un regista che sappia mantenere la sensazione di una pressione creativa per tutta la lavorazione del film. Un’intensità che deve essere creata sul set giorno dopo giorno, senza soste. Ci vuole un regista in grado di guidare questo gigantesca macchina filmica – troupe numerosa, moltissimi attori e una sterminata quantità di comparse – ad altissima velocità, senza perdere il controllo. In tutto il mondo attualmente registi del genere si contano sulle dita di una mano e Uli Edel è uno di questi. La prima volta che ci siamo incontrati è stato alla scuola cinematografica di Monaco, nel 1970. Si può dire che siamo diventati amici nel momento in cui entrambi siamo diventati registi. Non mi sono perso neppure un centimentro di pellicola girata da Uli, nemmeno i film del suo matrimonio e quelli della sua famiglia. Insieme abbiamo girato Christiana F. e Last Exit to Brooklin. Ho un’assoluta fiducia in lui e nelle sue capacità di regista. So quali sono le sue motivazioni e posso dire con sicurezza che tra tutti i registi oggi in attività Uli è uno dei migliori.

 

Come per La caduta lei ha scritto la sceneggiatura di La banda baader meinhof. Quali difficoltà ha dovuto affrontare in questo caso?

Innanzitutto quella di dover condensare dieci anni di storia nella durata media di un film. Un approccio tradizionale sarebbe stato impossibile, così ho deciso di utilizzare una forma drammatica slegata che io chiamo Fetzendramaturgie (“drammaturgia a pezzi”). Al posto di una narrazione lineare il film è costituito da un puzzle di pezzi che il pubblico deve ricomporre per ottenere un quadro d’insieme. Ciò in sostanza significa che i personaggi appaiono, il più delle volte senza nome e quando cessano di avere un ruolo nella storia scompaiono. Non c’è nessuno con il quale lo spettatore possa identificarsi perché non volevo che il pubblico si concentrasse emotivamente su un personaggio particolare. Schierarsi emotivamente con un personaggio avrebbe automaticamente significato dare una specifica interpretazione del film – proprio quello che volevo evitare. Al contrario, quello che volevo era che il film ponesse interrogativi senza dare risposte. Non volevo che fosse un film didattico, né una moderna opera morale sul terrorismo in Germania. E neppure avevo intenzione di dare al pubblico risposte facili a questioni complesse. Dopo tutto il flm si intitola Der Baader Meinhof Komplex e non Der Baader Meinhof Simplex.

 

C’è stato spazio per qualche licenza artistica?

Quando si ha a che fare con eventi storici nei quali alcune persone sono state uccise e altri sono diventati assassini il dovere del regista è quello di essere il più preciso e documentato possibile. C’è un solo personaggio nel film che è stato inventato ed è quello dell’assistente di Horst Herold. Ogni volta che è stato possibile ho adattato i dialoghi su documenti originali e resoconti di testimoni. Ho limitato tuttavia l’utilizzo del gergo politico in uso nella sinistra tedesca degli anni Settanta per rendere i dialoghi più comprensibili al pubblico attuale.

 

Con quali criteri avete scelto insieme con Uli Edel gli attori che interpretano i tre capi del gruppo?

Ci sono soltanto pochissimi attori tra i quali scegliere perché pochissimi attori sono in grado di interpretare personaggi tanto multiformi e complessi come quelli di Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin. E poi doveva esserci almeno un po’ di somiglianza tra gli attori e i personaggi reali. Quello che volevamo realizzare era una precisa alchimia tra i tre attori perché se Meinhof, Baader ed Ensslin non si fossero incontrati la storia sarebbe andata molto diversamente.

 

 

 

Il film si sofferma poco sulle teorie della Raf e molto sulle azioni del gruppo. Per quali motivi?

È stata una scelta del tutto consapevole. Per prima cosa condivido la principale preoccupazione di Stefan Aust come storico, quella cioè di chiedersi: in realtà che cosa è accaduto esattamente? In seconda istanza la Raf decise di rifiutare il confronto politico e di fare ricorso alla violenza, dunque appare logico che il film risponda e si concentri non tanto su quanto la Raf affermava quanto su quello che faceva. Credo fermamente che a definirci come esseri umani non siano le cose che diciamo ma le nostre azioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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