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"La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace"
Wu Ming
Wu Ming
New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro.
2009 Einaudi, collana Stile libero
Pag. 203, euro 14,5
Tutto è iniziato nella primavera dell’anno scorso, quando i Wu Ming (gli autori di Q, 54, Manituana tra le altre cose) pubblicano online sul loro sito wumingfoundation un “memorandum” dedicato alle nuove tendenza della letteratura italiana. Si apre immediatamente un dibattito che rimbalza dapprima su siti vicini al gruppo bolognese (un fra tutti, carmillaonline), per poi allargarsi all’intero web letterario e infine approdare alle pagine culturali di alcuni dei più importanti quotidiani italiani, innescando una discussione che coinvolge lettori e scrittori, sceneggiatori, critici, bloggers e quant’altro. Prima di entrare nel merito del “memorandum” c’è da rilevare – è una banalità farlo, ma va fatto – che ancora una volta è la rete il mezzo trainante, e l’universo dei media “tradizionali” è ormai un semplice riflesso, una presa d’atto o una trascrizione di quello che internet produce. Di questo se ne sono forse accorti tutti, ma non tutti ne sanno trarre le conseguenze; i Wu Ming, che non sono soltanto degli scrittori ma soprattutto degli agitatori culturali, ben ricordando il loro passato di “lutherblissettisti” sfruttano le particolarità della rete per giocare d’anticipo e lavorare su quello che è ormai il vero tessuto sociale contemporaneo. E’ una lezione pratica, cioè politica, per tutti.
Adesso gli scritti sul “New italian epic” diventano un libro, in qualche modo registrando provvisoriamente, e rilanciando, la discussione avviata quasi un anno fa sul web (il volume contiene sia una versione aggiornata dell’originario “memorandum” sia successivi interventi e precisazioni di Wu Ming 1 e Wu Ming 2).
Detto questo, che cos’è il “new italian epic”? Non è un movimento letterario, nel senso novecentesco del termine (e il memorandum non è un manifesto stile avanguardistico); non è una scuola, dato che molti autori nemmeno si conoscono tra loro; è piuttosto una nebulosa di testi, prodotti in Italia a partire dalla metà degli anni Novanta, che rifiuta il minimalismo e il disincanto postmodernista per affrontare una dimensione corale e collettiva della narrazione (da qui il carattere “epico” di questi scritti).
Tre sono i punti principali che segnano l’appartenenza alla nebulosa:
A) un rapporto con la tradizione, la storia, il passato aperto e problematico, diverso sia dal violento rifiuto modernista, sia dall’ironico disincanto dei postmoderni. I nuovi autori sanno di non avere dietro di sé un padre da rovesciare, ma sanno anche di non poter semplicemente osservare con divertimento le rovine del passato;
B)uso della narrazione forte, anche delle forme narrative di genere che sono state la novità della scena letteraria italiana degli anni Novanta, ma ibridate con forme espressive diverse, prese di peso dal giornalismo e dalla saggistica. Esemplare sotto questo punto di vista un libro come Gomorra (romanzo? Reportage?) o Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones;
C) superamento della rigida distinzione delle diverse fasi di produzione editoriale, al limite scomparsa della stessa figura dell’autore (almeno inteso come solitario demiurgo dell’opera), in altre parole scomparsa della classica catena scrittore-editore-lettore a vantaggio di forme orizzontali di comunicazione letteraria basate sullo scambio reciproco. Come osservavo prima, si tratta di una pratica quasi ovvia ma che deve essere ancora adeguatamente tradotta in letteratura (cosa non semplice, né meccanica)
Si tratta, come è evidente anche da questi cenni, di una nebulosa molto sfumata, che comprende sicuramente al suo interno oggetti letterari molto diversi tra loro; apparentemente, niente sembra accomunare Gomorra al ciclo di Eymerich. Ma lo sforzo dei Wu Ming è appunto quello di scoprire delle affinità nascoste, un giacimento comune a opere molto diverse (se l’affinità fosse evidente non ci sarebbe nemmeno bisogno di cercarla).
Molto si è discusso sul carattere auto propagandistico del “new italian epic”. Certo, i Wu Ming si pongono esplicitamente come parte attiva del nuovo fenomeno letterario, e i nomi che più ritornano sono quelli già legati al gruppo bolognese (Genna, Evangelisti); ma altri nomi sono del tutto estranei (Saviano, De cataldo ecc.) ed è naturale che uno scrittori propagandi il proprio modo di vedere le cose. Fa parte del suo ruolo di intellettuale – parola novecentesca se mai ce ne fu una – e forse è proprio questo ruolo che infastidisce i guru salottieri che dell’intellettuale sono oggi gli eredi parodistici.
Del resto, che qualcosa si muovesse nella letteratura italiana degli ultimi anni era evidente a chiunque; i Wu Ming hanno dato un nome a questo qualcosa. Possiamo discutere se sia “italiano”, se sia “Epico”, forse persino se sia davvero “Nuovo”, ma non possiamo fare finta che non ci sia.
Fabio Nardini
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