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Marsilio, pp. 392, euro 17,50
Il precedente libro di Franco Limardi, Anche una sola lacrima, non mi aveva convinta. La recensione che avevo scritto si dev’essere persa nei vari traslochi di questo sito, comunque mi potete credere sulla parola: non ero convinta.
Forse, da qualche parte, dicevo che c’erano dei margini di miglioramento. Sono quelle espressioni che si usano, lo sapete anche voi, in completa cattiva fede.
Ora, nello specifico caso non mi ricordo se ero in cattiva fede oppure no. Conoscendomi, diamo pure per scontato che lo fossi.
Come a volte succede, adesso Franco Limardi ha scritto un altro libro. Quando lo ricevo osservo il suo nome per qualche minuto e mi ricordo perfettamente perché il suo scorso romanzo non mi è piaciuto.
Poi comincio a leggere I cinquanta nomi del bianco. Ovviamente gli faccio le pulci. Non cambiare opinione è sempre la soluzione più comoda, in definitiva. O quello, o cambiarla radicalmente.
Nessuna delle due si può applicare a questo caso.
I cinquanta nomi del bianco mi piace, ma non ho cambiato opinione sulla scrittura di Limardi.
Limardi continua a scrivere in modo prevedibile, solo che ha imparato a farlo in un modo pop bello da leggersi.
La prima frase de I cinquanta nomi del bianco è “Quanto c’è ancora del buio della notte in questo cielo buio e compatto?”. E intendo proprio la primissima frase.
Forse sono io ad essere cambiata, forse qualche anno fa questo inizio mi sarebbe sembrato semplicemente trash. Invece di questi tempi, avendo modificato la mia opinione solo in modo parziale, lo trovo così “letteratura da camera” che mi piace.
Questo per quanto riguarda il piano stilistico.
Per quanto riguarda l’aspetto puramente narrativo, I cinquanta nomi del bianco è un romanzo dalla struttura solida e complessa, dalla trama che regge in tutti i punti e dall’intrigo che intriga.
Una giovane donna, la figlia di un delinquente, scompare all’improvviso. Noi lettori abbiamo un’idea di dove sia finita, ma i quattro protagonisti del libro, un ex-galeotto, il padre, un commissario di polizia e un direttore di banca legato alla mafia, non lo sanno. Almeno, ad ognuno manca qualche frammento di verità per arrivare ad una soluzione.
Forse eccessivamente lento in alcuni punti, I cinquanta nomi del bianco scorre. Che scorre in modo gradevole non lo dirò, perché I cinquanta nomi del bianco non è un romanzo gradevole, non parla di cose gradevoli e non vi accadono fatti gradevoli. E d’altronde difficilmente uno si compra un noir per leggere di famiglie felici che fanno picnic sull’erba.
No, Franco Limardi non è pietoso nei confronti dell’umanità e non vedo perché mai dovrebbe esserlo.
L’umanità di cui parla, in definitiva, non se lo merita per niente.
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