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Sulla menzogna nella scena politico-mediatica contemporanea esiste ormai una bibliografia sterminata: La fabbrica del falso di Vladimiro Giacchè si inserisce a pieno titolo in una corrente di pensiero che ha antecedenti filosofici remoti ma che ha trovato nella cultura postmoderna terreno fertile per attecchire.
Vladimiro Giacchè
La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea.
Derive e Approdi, 2008
Pagine 267, euro 18
Sulla menzogna nella scena politico-mediatica contemporanea esiste ormai una bibliografia sterminata: si va da testi chiave del pensiero del secondo novecento (come non ricordare La società dello spettacolo e tutta la riflessione situazionista?) alle più ardite speculazioni complottiste (lo svariato materiale sugli enigmi dell’11 settembre reperibile in rete, per esempio), passando per ottimi libri di critica al servilismo dei media (mi viene in mente, solo per citarne uno, il buon vecchio Le notizie hanno le gambe corte di Claudio Fracassi).
La fabbrica del falso di Vladimiro Giacchè si inserisce quindi a pieno titolo in una corrente di pensiero che ha antecedenti filosofici remoti ma che ha trovato nella cultura postmoderna terreno fertile per attecchire. E che il tessuto del discorso pubblico, “ufficiale”, scandito ossessivamente di media, sia intriso di bugie (o mezze verità, o verità talmente decontestualizzate da diventare menzogne) è ormai di evidenza plateale al punto che solo la stordente “potenza di fuoco” del sistema disinformativo impedisce che tutti se ne rendano conto.
Tipico, negli ultimi anni, il caso delle famigerate armi di distruzione di massa che l’Iraq di Saddam Hussein possedeva in abbondanza e che giustificarono l’invasione del paese nel 2003; armi che non furono mai trovate, semplicemente perché non c’erano, ma che nessuno si sognò mai più di nominare dopo l’invasione e durante tutti questi anni di guerra. Il motivo scatenante l’invasione, quella frenetica ricerca delle armi proibite durata mesi e mesi, semplicemente venne rimossa, e al centro della scena rimase la guerra stessa, o meglio, più spesso, la semplice serie di attentati, uccisioni, stragi, priva di qualunque senso, almeno per la quasi totalità del giornalismo italiano; del perché sia iniziata la guerra in Iraq nessuno parla più.
Ma Vladimiro Giacchè non si limita a stilare un elenco di menzogne politiche più o meno conosciute e cerca di andare alla radice della soffocante terminologia che domina oggi il discorso pubblico (qualunque discorso che aspiri a essere pubblico…). Analizzando le parole-spauracchio (terrorismo, totalitarismo) e le parole-bandiera (democrazia, mercato) l’autore scrive pagine di grande acume politico e di buona verve critica sui miti ideologici di oggi. Particolarmente riuscito, e molto divertente, il capitolo dedicato al Mercato, questa figura dai mille volti, a volte padre severo ma giusto, a volte forza scatenata della natura. Prendendo a caso un numero del più importante giornale economico italiano, Giacchè mette in luce l’inconsistenza di un concetto pur così centrale, che si rivela nient’altro che la foglia di fico di un feroce dominio di classe.
Se la pars destruens del libro brilla per chiarezza e per vigore polemico, più breve e anche più debole la parte intitolata “Strategie di resistenza”, tutta centrata com’è sulle forme di demistificazione e smascheramento delle menzogne dell’avversario. Un resistenza comunicativa e intellettuale, senz’altro necessaria, ma che non può essere efficace se non è affidata a un terreno di concreta lotta sociale. E proprio la concretezza delle lotte degli ultimi dieci-quindici anni, lotte che hanno attraversato il mondo e che hanno cambiato, tra l’altro, la geografia politica di un intero continente, il Sudamerica, manca in questo “La fabbrica del falso”. E’ un peccato perché l’analisi delle strategie comunicative che hanno accompagnato i movimenti di difesa del territorio, o le resistenze antiglobalizzazione, le reti tessute tramite internet ma radicate nel locale (ne sono esempi da noi il movimento No Tav, i No Dal Molin, ma anche la mobilitazione dei mesi precedenti il G8 genovese, i May Day, l’icona ironica di San Precario) sarebbe stata altrettanto utile, e meno nota, dell’analisi delle tecniche menzognere del potere.
Un solo appunto, apparentemente marginale, ma forse meno di quanto sembra.
Parlando della disinformazione dei grandi organi di stampa in occasione di alcune grandi manifestazioni contro la guerra in Iraq e a favore della Palestina, Vladimiro Giacchè nota come le azioni eclatanti di piccoli gruppi (bruciare bandiere americane e israeliane, inneggiare a Nassirya ecc.) siano subito state amplificate fino a coprire l’evento più importante (la presenza di decine o centinaia di migliaia di persone alla manifestazione). Ferma restando la parzialità del giornalismo italiano, stupisce come l’autore si allinei proprio a quel conformismo quando definisce semplicisticamente gli autori di quelle azioni come “imbecilli” e “provocatori” e, tra le righe, infiltrati. Perché si tratta di “imbecillità” e non, ad esempio, di “strategia comunicativa efficace”? Giacchè non lo dice. Eppure lui stesso ci ha spiegato che ripetere un concetto per renderlo vero è una delle tecniche principali della “fabbrica del falso”. Ripetere come ha fatto il 100% della stampa nazionale che bruciare una bandiera è un atto criminale, violento, simil-terroristico, evidentemente lo rende vero.
Perfino per i più smaliziati tra noi.
Fabio Nardini
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