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Gianfranco Manfredi - Tecniche di resurrezione PDF Stampa
Scritto da Susanna Raule   
luned́ 20 settembre 2010
tecnichediresurrezione.jpg
Gargoyle, 2010, pp. 489, Euro 18.00

Alla fine del 2008, all’uscita di Ho freddo, scrivevo su queste stesse pagine che bisognava subito dire una cosa del nuovo romanzo di Manfredi e cioè “che è bellissimo”.
Bisognerebbe dire la stessa cosa anche di Tecniche di resurrezione, se non fosse che Tecniche di resurrezione è migliore di Ho freddo. Tanto per dimostrare che scrivere una recensione benevola non è mai facile come scrivere una stroncatura. Anyway, con Ho freddo, Tecniche dir esurrezione ha in comune i protagonisti, gli eccentrici gemelli Aline e Valcour de Valmont, fisiologa lei, medico chirurgo lui.
Siamo nella Londra di inizio ‘800. Valcour si dedica senza particolare impegno alla professione, mentre Aline è tornata a Parigi per cercare di ri-ottenere i beni di famiglia, perduti a causa della Rivoluzione.
Sono gli anni dell’elettricità, gli anni dei primi esperimenti galvanici in campo medico. È proprio durante una dimostrazione dello studioso Giovanni Aldini, condotta sul cadavere di un impiccato, che Valcour rianima un uomo colpito da infarto. Ma mentre gli esperimenti di rianimazione stanno aprendo nuove prospettive alla medicina, a Londra compare un chirurgo folle che si fa chiamare Doctor Ending e si rende responsabile di efferati omicidi, trafugamenti di cadaveri e clamorose provocazioni. 
Nel frattempo Aline, a Parigi, entra in contatto con la corte di Napoleone. In Francia, una generazione di novelli 'medici dell’anima' si avvale delle prime esperienze ipnotiche per esplorare i segreti della psiche umana. Un caso in particolare, per quanto tenuto segreto, suscita inquietanti interrogativi. Salvy San Subra, una ex guida di Napoleone durante la campagna d’Egitto, è vittima di un processo di degenerazione cellulare che lo sta progressivamente mummificando. Il caso viene affidato a Valcour, costretto ad arrivare da Londra per prendersi cura dell’insolito – e inquietante – malato.
Tecniche di resurrezione, come fa notare Carlo Bordoni nella sua introduzione, continua a esplorare le tematiche di Ho freddo. Ha la stessa atmosfera, pur essendo ambientato in un altro luogo, in un altro continente e in un diverso contesto culturale.
Quello che Ho freddo e Tecniche di resurrezione hanno in comune sono le atmosfere cimiteriali, il senso del grottesco, quegli elementi un po’ gotici e un po’ romantici che caratterizzano, poi, l’intera produzione di Manfredi. Il senso per il meraviglioso si confonde con il fascino per il bizzarro e spesso diventa una cosa sola.
Così, in Tecniche di resurrezione ci sono esperimenti scientifici (ma si può già definire scienza, quella, oppure è una forma evoluta di stregoneria?) e cervelli dissezionati, cadaveri dissotterrati e lezioni di anatomia, teatri georgiani e teatri anatomici. E poi: apparecchiature galvaniche di vetro e ottone, mesmeristi praticanti, donne isteriche e regnanti epilettici, le solite torbidezze dell’animo umano e le nuove disumanità del progresso scientifico: i manicomi-lager, gli esperimenti sugli animali, la superstizione mascherata da scienza.
Manfredi sembra seguire due binari paralleli. Da un lato c’è il corpo: territorio di sperimentazioni grottesche, crudeli, carnali. Non solo la creatura del dottor Frankenstein, ma quello che della creatura c’è in tutti noi. Dall’altro lato c’è la mente. La mente come motore psicosomatico, come misteriosa fonte di tutti gli effetti placebo e nocebo del mondo. 
Si tratta di una distinzione apparente, è chiaro. Perché mente e cervello, in Tecniche di resurrezione come nelle moderne neuroscienze, sono un tutt’uno.
Dicevo all’inizio: questo secondo libro sui gemelli de Valmont è migliore del primo, che già era “bellissimo”. Per l’arguzia e l’eleganza della narrazione, per l’attenta ricostruzione storica, mai pesante e sempre interessante, per l’affascinante atmosfera da romanzo gotico, per i personaggi magnificamente calibrati e per le emozioni che ci trasmettono, per lo sguardo pietoso e acuto sulla sofferenza psichica, per la vivacità della scrittura, per la suspense… i motivi sono molti.
Permettetemi di aggiungerne un altro: per il finale autenticamente horror.
E perché, certo, sarà un bel viaggio.
 
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