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Il nuovo, singolare e affascinante romanzo di uno dei migliori autori di fantascienza degli ultimi vent'anni..
Neal Stephenson
Anathem – Il pellegrino
t. o. Anathem, 2008
trad. di Valentina Ricci
Rizzoli 2010, pag. 643 euro 16
Neal Stephenson non è notissimo in Italia, nonostante sia stato uno dei più importanti scrittori di fantascienza degli anni Novanta (suo Snow crash e L’era del diamante, due notevoli romanzi post-cyberpunk). In seguito si è indirizzato al romanzo storico, prima con il monumentale Cryptonomicon, poi con Argento vivo, ambientato nel 1600, tra le colonie americane e l’Inghilterra ancora sconvolta dalla Rivoluzione puritana (è il primo episodio del “ciclo barocco” il cui terzo romanzo, The System of World non è stato ancora tradotto in italiano). Stephenson è uno di quegli autori (non moltissimi per la verità) che fanno seriamente rimpiangere la scomparsa di una critica di fantascienza degna di questo nome, se non altro perché il percorso che lo ha portato dal cyberpunk alla storia europea (in particolare alla storia della nascita del mondo moderno), analizzato con chiarezza, potrebbe dirci qualcosa sulle pulsioni intellettuali di questo inizio secolo.
Ora Stephenson ritorna alla sf; ammesso che Anathem sia fantascienza, e i puristi potrebbero storcere il naso.
Il romanzo è ambientato in un mondo che sembra non avere alcuna relazione con il nostro, caratterizzato da un storia lunga e complessa che si snoda per molti millenni. All’inizio della storia nota di Arbre (questo il nome del mondo nel quale è ambientato Anathem) c’è una separazione, mai più ricomposta nel corso dei secoli, una separazione tra ciò che noi chiameremmo “fede” e “ragione”. Su Arbre questa separazione è originaria, e produce da un lato il proliferare di templi e sette, dall’altro lo sviluppo di un ordine laico di studiosi che trascorre la vita all’interno di luoghi separati, fisicamente isolati dal mondo secolare (chiamati “concenti” almeno nella traduzione italiana). Solo ogni dieci anni, per pochi giorni, il concento apre le sue porte all’esterno (ma ce ne sono altri che si aprono solo una volta ogni cento o ogni mille anni) e gli studiosi si mescolano per breve tempo alla società normale. Il protagonista è un giovane che ha trascorso gli ultimi dieci anni di vita tra le mura di un concento e ora si appresta a celebrare la sua prima uscita nel mondo. Cominciando a leggere siamo letteralmente catapultati all’interno di Arbre; l’espediente più usato da Staphenson è l’innovazione lessicale, che nelle prime pagine (forse ancora nelle prime cento pagine) lascia il lettore un po’ confuso. Ma è un espediente abbastanza comune nella fantascienza e nella fantasy contemporanee, anche se qui è usato in maniera insolitamente massiccia. Ciò che distingue Anathem da altri romanzi del genere è il forte interesse speculativo che sorregge la narrazione; nei concenti di Arbre le dottrine filosofiche della nostra tradizione di pensiero si ritrovano, a volte quasi identiche a volte combinate e scomposte, e il giovane protagonista è abituato a sviscerarle in lunghe discussioni con i suoi maestri e compagni. Ma è l’intero pianeta di Arbre ad essere destinato, man mano che la storia va avanti, a diventare il banco di prova delle più ardite teorie quando una navicella di origini sconosciute viene avvistata ai margini del suo sistema solare.
La scommessa di un testo come Anathem sta tutta, esattamente, in questa dimensione speculativa. Una caratteristica che lo colloca senza ombra di dubbio all’interno della tradizione letteraria di fantascienza (viene subito alla mente il nome di Stanislaw Lem, l’autore di Solaris). Benché l’inizio sia stentato, a volte farraginoso, e anche se per centinaia di pagine non succede praticamente niente, la tensione dell’allegoria intellettuale messa in piedi da Stephenson riesce a tenere incollato il lettore fino all’ultima riga. Di Arbre si apprezzano le differenze rispetto alla nostra storia e alla nostra cultura, e insieme il profondo, forse necessario isomorfismo tra due esperienze di pensiero così lontane tra loro. La comparsa dell’elemento “alieno” (la nave spaziale in avvicinamento) instaura un triangolo singolare che comprende Arbre, i visitatori alieni e noi lettori: chi è l’estraneo, chi ci è familiare in questo gioco, che nel primo volume di Anathem è appena accennato ma che probabilmente nel volume successivo si svilupperà fino in fondo.
Infatti, è da segnalare che l’editore italiano ha pensato bene di suddividere il romanzo, originariamente uscito in un unico volume, in due uscite separate: Anathem – Il pellegrino e Anathem – Il nuovo cielo (che dovrebbe essere uscito a settembre). Lascio ai nostri lettori giudicare il coraggio e la sensatezza di una scelta del genere; lettori ai quali raccomando in ogni caso di procurarsi entrambi i libri. Ne vale di sicuro la pena.
Fabio Nardini
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