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Harry Potter e il calice il fuoco – il film PDF Stampa
Scritto da Susanna Raule   
giovedě 02 agosto 2007
“Harry Potter e il calice il fuoco” è la chiara dimostrazione di come si sia voluto spremere un fenomeno ben oltre gli sgoccioli.
Se gli altri tre film della saga (principalmente i primi due) erano complessivamente rispettosi di trama e atmosfere dei libri, quest’ultimo è, invece, un minestrone mal assortito di citazioni e poco altro.
I difetti sono molti ed evidenti. Per prima cosa non riesco credere che uno spettatore che non abbia letto il libro capisca qualcosa della trama. Le scene sono tagliate con l’accetta, si salta di palo in frasca, e non viene spiegato niente.
In compenso lo spettatore che il libro l’ha letto inizia ad arrabbiarsi dopo i primi trenta secondi di film. Questo è il tempo che serve a Mike Newell (regia) per inserire il primo dettaglio “sbagliato”. Da lì in poi è un fiorire di orrori.
Ora non mi si dia dell’integralista: capisco che un libro di oltre quattrocento pagine vada adattato, se non si vuole farne un film di venticinque ore. Ma c’è modo e modo.
La “ricetta” di Newell davvero non funziona. Si punta esclusivamente sulla spettacolarità delle scene (in fetti sono davvero spettacolari, peccato che non abbiano senso), sulle ambientazioni e sul fatto che gli appassionati sono pronti a sorbirsi qualsiasi cosa pur di vedere il proprio beniamino in azione. [...]
La sceneggiatura è mutilata, un frankenstein cinematografico senza né capo né coda.
E certo non fermano qui i difetti della pellicola.
I tre giovani protagonisti… Pardon: i tre protagonisti e basta, recitano anche benino. Peccato che come quattordicenni non abbiano nessuna speranza. Daniel Radcliff (Harry) e Rupert Grint (Ron) hanno messo su degli addominali da palestra e dei bicipiti da scaricatori, che tra l’altro il regista non tenta in alcun modo di camuffare.
In compenso Emma Watson (Hermione) è pronta per il suo primo calendario.
Nel complesso raramente si è visto un cast di attori di livello più alto che reciti a un livello più basso. Brendan Gleeson (Malocchio Moody) non fa altro che grugnire, Micheael Gambon (Albus Silente), gigioneggia, Maggie Smith (Minerva McGrannit), è la caricatura di se stessa…
La faccenda inizia a fare davvero male quando anche Alan Rickman (Piton) entra in scena con aria sfavata. Per non parlare di Ralph Finnes, che dopo aver deciso di farsi la marchetta non ci mette un minimo di entusiasmo.
Il suo Lord Voldemort, in effetti, oltre ad avere la stessa faccia di un Wallace (di Wallace and Gromit) che ha sbattuto contro il muro, si aggira saltellante qua e là starnazzando come una comare isterica.  Alla faccia del terribile Signore Oscuro.
Quel che viene in mente allo spettatore non è “che paura”, bensì: “narcotizzatelo, presto.”
Altra dimostrazione che ai costumisti del film piace la plastilina è la faccia di Malocchio Moody. Non credo che la scarsa espressività di Gleeson (solitamente buon caratterista) sia unicamente colpa sua: più probabilmente non riusciva a muoversi.
L’impressione, infatti, è che in questa pellicola i costumisti si siano un po’ lasciati andare. Al grottesco. Fiennes è una via di mezzo tra “il gobbo di Notre Dame”, una gommapane molto usata e uno sputo su un muro. L’aspetto di Gleeson si colloca a metà strada tra un facocero e un Bonroll Aia.
Inutile aggiungere che nemmeno Stanislav Ianevsky (Victor Krum) e Clemence Poesy (Fleur) hanno alcun punto di contatto con gli omologhi del libro e sono ridotti a macchiette. Meno peggio con Robert Pattison (Cedric Diggory), che è bello e non molto sveglio come nel romanzo. Forse una dote naturale.
Buona anche la Rita Skeeter di Miranda Richardson, anche se un po’ sopra le righe. D’altronde il suo personaggio è un altro di quelli massacrati dallo sceneggiatore, per cui poco male.
Nel complesso questo “Harry potter e il calice di fuoco” è uno di quei film che fanno rivoltare i fan nella tomba (ops, nella poltroncina). Ad esempio seduto vicino a me, in sala, c’era un fan integralista che continuava a spiegare al suo vicino di posto (evidentemente meno ferrato) la trama “vera” della storia. Quando si sono accese le luci in sala il poveretto era prossimo all’esaurimento nervoso.
Giudizio finale: come una superproduzione ha buttato via milioni di dollari per produrre una fiction televisiva di basso livello con belle scenografie.
 
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