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Corman McCarthy - LA STRADA PDF Stampa
Scritto da Fabio Nardini   
mercoledì 22 dicembre 2010

“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno appena più grigio di quello passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo”.

Corman McCarthy

La Strada

Einaudi, 2010

2006, t.o. The Road trad. Di Martina Testa

Un uomo e un bambino si muovono in un paesaggio apocalittico, lungo una strada che dovrebbe portarli verso un sud migliore, l’unica, remota, speranza di sopravvivenza. Non sappiamo – e in verità non lo sapremo mai – cosa è successo in questo mondo futuro segnato da un catastrofe così radicale da apparire subito come la catastrofe, l’annullamento, il rovesciamento delle coordinate abituali che ci permettono di vedere il mondo. Mcartthy è radicale fin dall’inizio del suo breve romanzo:

“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno appena più grigio di quello passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo”.

“La strada” non è molto più di questo, e la coerenza con cui l’autore manipola la sua minimale materia narrativa è uno dei pregi fondamentali di questo libro. Potremmo dire che la scarnificazione è la tecnica prediletta da McCarthy. Niente di ciò che è raccontato in “La strada” è diverso da uno qualsiasi dei tanti romanzi postcatastrofici. La catastrofe fa parte del nostro immaginario collettivo, ce la portiamo addosso come una sorta di oscuro rovescio dell’ideologia dominate. Le coordinate catastrofiste di McCarhy sono quelle abituali, ma come distillate ed esibite nella loro purezza. Quindi: lotta per l’esistenza. Buio, stanchezza, ricerca del cibo, paura, smarrimento. “La strada” è questo, e solo questo. Non c’è altro, un vagare smarrito, personaggi minimale – l’uomo, il bambino, la moglie/madre assente, gli estranei mostruosi e ostili che popolano quel mondo. Nel paragrafo di apertura del libro – il buio, il freddo, il grigio – è condensato l’intero senso della storia.

Si può discutere se “La strada” sia un romanzo di fantascienza oppure no. Lo è, naturalmente, e lo è nella esatta misura in cui sfugge alle sirene del citazionismo e dell’ammiccamento. E’ un romanzo di fantascienza esattamente perché sfida le logiche di genere esasperandole e scarnificandole: è il romanzo del post catastrofe purificato dagli elementi accidentali, dalle imperfezioni e sbavature. McCarthy sta dentro il genere evitandolo, scansando i rimandi, andando verso la nudità degli elementi di base. Il postcatastrofismo punta sulla disperazione, sull’annichilimento? E che sia, ma che lo sia fino in fondo. Deve essere grigio? Che sia grigio “come un freddo glaucoma che offuscava il mondo”. Dev’essere buio? Che sia buio, buio “più del buio”. Non “buio come”. Buio e basta, buio nella sua nudità essenziale.

Ovvio che “La strada” è un romanzo di fantascienza. E’ la fantascienza di oggi, per chi non se ne fosse accorto, la fantascienza post-postemodernista. Occorre qualcosa d’ altro per capirlo?

Fabio Nardini

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 22 dicembre 2010 )
 
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