 Gargoyle, pp. 200, Euro 13,50
Di solito, i sequel mi lasciano freddina. Se a qualche decennio di distanza lo stesso autore dell’opera originale dà alle stampe un altro tomo, mi viene sempre il sospetto che si tratti di una bieca operazione commerciale. Se poi il sequel viene scritto da un altro autore, magari un secolo dopo, la situazione peggiora. Quanti pessimi sequel, prequel e spin-off vari abbiamo dovuto leggere, in vita nostra? Ormai abbiamo grattato il fondo, alcuni filoni sono secchi. Se domani, in libreria, dovessi imbattermi in un “La pronipote di Dracula” non ne resterei particolarmente stupita. Ecco, adesso vi spiego perché La figura di cera non è il solito sequel. Primo: Riccardo D’Anna è un signor scrittore. Uno dei miei preferiti, al momento attuale. È uno di quegli scrittori colti e anticommerciali che di solito, siamo onesti, non scrivono horror. Secondo: in effetti, La figura di cera non è un horror. Non più di quanto lo sia il Frankestein di Mary Shelley, per intenderci. Sì, ci sono cose innaturali e via discorrendo, ma avete capito che cosa voglio dire. Terzo: La figura di cera è il sequel di un oscuro libro di un oscuro scrittore (Il morso sul collo di Simon Raven) – oscuro nel senso che, almeno il Italia, se lo sono filato ben in pochi. Insomma, non è il classico materiale di partenza per un sequel, un prequel o uno spin-off.
Certo, diranno i più smaliziati, qualsiasi cosa può venir trasformata in un’immonda boiata, non importa quanto sia colto, alto o difficile il punto di partenza. Verissimo, anche se ho l’impressione che non vedremo molto presto il sequel di, non so, Moby Dick. Anche perché, a ben pensarci, i sopravvissuti, in Moby Dick, sono pochini. (Nonostante questo, in rete non mancano i buontemponi che ci hanno pensato.) Insomma, il punto di partenza di Riccardo D’Anna era impervio, ben poco commerciale e di modesto appeal per il grande pubblico. Aggiungiamoci che La figura di cera ha rimandi alti, ha una struttura narrativa volutamente anti-sensazionale e che l’unica scena di sesso è del tutto marginale e, per di più, non viene nemmeno descritta propriamente, e quel che otteniamo è il sequel meno “sequel” che si sia mai visto. E quindi? direte voi. Quindi bene, dico io. Bene, perché La figura di cera è un signor libro, che è finito in una collana horror soltanto per uno scherzo del destino e, nel contempo, è un signor horror che, casualmente, è anche un bel libro di narrativa in senso lato. L’idea di fondo, poi, è originale. Il che, converrete, per un horror non è così scontato (e nemmeno per un libro di narrativa in senso lato). Sul risvolto si legge: “Londra 1958. Una serie di misteriosi suicidi preludono alla riapertura di un caso risolto forse solo in apparenza, denso di preoccupanti e inaspettati sviluppi. La scomparsa dalla tomba di una marchesa caduta in disgrazia, da poco defunta fra le mura di un appartamento londinese – donna dall’indiscutibile fascino, musa ispiratrice di D’Annunzio, appassionata di occultismo e interprete dei brillanti riti della belle époque – muove i protagonisti, in una corsa contro il tempo, alla ricerca del suo calco di cera da cui ella avrebbe potuto riattingere vita. Dopo un incontro a Venezia con Peggy Guggenheim, i nostri eroi si vedranno costretti a recarsi a Berlino, in una città che mostra ancora le ferite della guerra e dove sopravvivono gli ultimi scampoli di quelle società segrete che furono legate ai presupposti oscuri e alle origini magiche del nazismo.” Ora vi siete fatti un’idea? Lo spero. Anche se, certo, per capire del tutto quello che intendo avete un modo solo. Già. Quello. D’altronde, se state leggendo una recensione della Figura di cera, immagino che l’idea di comprarlo vi fosse già venuto, no? |