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La bocca del lupo PDF Stampa
Scritto da Francesco Tassara   
luned́ 16 maggio 2011

LA BOCCA DEL LUPO

 La bocca del lupo è un film documentario del 2009, girato a Genova, diretto da Pietro Marcello, classe 1976. E’ un film non convenzionale, a metà tra finzione e realtà.Enzo è un emigrato siciliano. Ha trascorso gran parte della vita in carcere, dove ha conosciuto la transessuale Mary con la quale ha iniziato una storia d’amore che è proseguita anche oltre la prigionia. Ora Enzo, libero, fa i conti con un’esistenza difficile (“Sono troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per trovare lavoro. Che faccio?”). La cinepresa lo segue tra i caruggi di Genova, in una realtà che il cittadino “perbene” definirebbe squallida. Le inquadrature però non sono mai patetiche o scontate, non cercano l’attimo tragico, l’attimo commovente o sensazionale. Anzi sono semplici e rigorose - talvolta ironiche.Il film è denso di immagini “sporche”, di persone “al limite” - dai transessuali nel centro storico ai senzatetto che dormono nel porto - e di location alienanti, quasi surreali, come quella del porto, dove un imponente braccio meccanico sradica delle rotaie accanto all’indifferente vita di alcuni clochard. Ma il film non si compiace della miseria che racconta. L’accarezza con un poetico senso della narrazione, quasi volesse decantarne il misterioso fascino.Enzo è raccontato infatti anche attraverso l’ambiente in cui vive, permeato di tante storie come la sua. Lo spettatore lo segue mentre cammina per le strade. La fotografia, nonostante i mezzi tecnici di ripresa siano stati modesti, è molto suggestiva. Una lunga inquadratura fissa mostra lui e Mary, seduti, che raccontano la loro storia, come si sono conosciuti. E riesce a coinvolgere, riesce a far diventare tenera una storia cupa. Una sequenza molto curiosa mostra Enzo, una sera, in un bar, insieme ad alcune persone del suo mondo. Bacia una donna, ascolta musica, litiga.Un montaggio di filmati storici di Genova racconta Enzo là dove le parole di Mary e le sue non riescono ad arrivare. L’atmosfera di quelle strade del passato e delle persone si fanno testimoni oggettivi di una realtà soggettiva - quella di Enzo giovane - che lo spettatore può solo immaginare. Enzo ormai ha vissuto la sua vita, ha fatto gli sbagli che ha fatto, non può più tornare indietro ma solo accettare il presente, e anche solo i lontani echi di una gioventù che avrebbe potuto essere diversa, che lui avrebbe potuto vivere in modo migliore, tingono di malinconia le immagini di una Genova indifferente di una trentina d’anni fa e più.Il film ha ricevuto diversi premi. Ha vinto il Nastro d’Argento e il David di Donatello come Miglior Documentario 2010, è stato vincitore alla ventisettesima edizione del Torino Film Festival e ha avuto molti riconoscimenti all’estero, dove film come questo, a differenza dell’Italia, sono molto apprezzati anche dal pubblico. In Italia non siamo abituati a pellicole come questa. Eppure ciò non significa che non se ne facciano o che non si abbia voglia di farne, anzi. Il problema è il pubblico, che vuole vedere solo belle storie, che pensa che solo certi “supereroi” possono essere protagonisti di un film. Non immagina nemmeno che uno come Enzo, individuo che probabilmente se incontrato per strada verrebbe scansato, possa non solo essere protagonista di un film, ma insegnare tante cose. E credo che questo film non abbia solo l’intento di farci conoscere la sua storia, ma di spingerci ad essere più curiosi e meno diffidenti. Pietro Marcello, il regista, ci insegna che dovremmo un po’ rifiutare la concezione - superficiale - di cinema spettacolare. Ci insegna che dovremmo prendere la nostra videocamera, scendere in strada e non aver nessun pregiudizio, ma piuttosto abbracciare l’idea che ogni persona è una storia, che ogni luogo, anche se orribile, può essere interessante, e che qualsiasi storia ha il diritto di essere raccontata. Sia a Genova, che a La Spezia, che in ogni luogo d’Italia e non solo.Enzo è un “poco di buono”. I caruggi sono sporchi, attraversati da indigenti, immigrati e travestiti. Nei bar ci sono prostitute e ubriachi. Al porto sono in corso le demolizioni. Vicino al mare dormono i senzatetto. Eppure tutto ciò possiede fascino. Tutto ciò è semplicemente la vita, non una condizione di male assoluto da evitare con cura. Tutto ciò merita di essere osservato e capito. Anche perché il confine tra le persone “perbene” e i senzatetto è, soprattutto di questi tempi, davvero molto labile, e ci vuole poco per ritrovarsi a condurre una vita di povertà. Ecco che qui il cinema si fa utile, diviene strumento sociale, e non solo puro intrattenimento. Siamo tutti persone, ognuna con una storia. Non è giusto porci dei confini, relegarci in mondi diversi, scegliere a chi dar voce e a chi no. Occorre iniziare ad ascoltarci. La bocca del lupo è un buon stimolo per incominciare. Francesco Tassara
Ultimo aggiornamento ( luned́ 16 maggio 2011 )
 
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