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Stephen Seitz – Sherlock Holmes e il morbo di Dracula PDF Stampa
Scritto da Susanna Raule   
mercoledì 06 marzo 2013
sh_e_il_morbo_di_dracula.jpg

Gargoyle Books, pp. 194, Euro 12.90

 

Sherlock Holmes e il morbo di Dracula è un libro dai grandi pregi e dai grandi difetti; dalle intuizioni quasi geniali e dalle ingenuità quasi imperdonabili.

Il libro parte da una premessa ormai classica: Sherlock Holmes e il Conte Dracula vivono nello stesso universo narrativo e si sono incontrati, anzi, scontrati.

Quindi, quando il giovane avvocato Jonathan Harker, come raccontato da Bram Stoker, scompare in Transilvania mentre segue gli affari di un cliente del suo studio, il Conte Dracula, la sua amorevole fidanzata Mina Murray si mette in contatto con Sherlock Holmes per far luce sulla sua sorte.

È praticamente ovvio, a ben pensarci. Avendo uno Sherlock Holmes a portata di mano, da chi altri sarebbe dovuta andare Mina?

Fin qua, tutto regolare. Anzi, il primo terzo del romanzo si distingue per una serie di scelte efficaci dell’autore. Holmes e Watson seguono le tracce di Harker in Transilvania, si scontrano con le superstizioni locali, restano sconvolti dall’arretratezza di quelle terre, ecc. ecc. Assai intelligentemente, l’autore fa fare a Holmes... Sherlock Holmes, e non il cacciatore di vampiri. Per cui il detective esamina le prove con l’abituale scrupolo e lavora su un’ipotesi tutto sommato credibile: Dracula è un impostore, che finge di essere un vampiro per terrorizzare e soggiogare gli abitanti del luogo. Nel suo castello non ci sono specchi perché non vuole che qualcuno ne veda il riflesso, finge di essere infastidito dalle croci e dall’aglio e così via. 

Poi Holmes ha un incontro ad alto tasso erotico con le tre famose vampire di Castello Dracula, viene morso e quasi ammazzato e... No, non è questo il punto in cui compaiono le ingenuità, anche se da queste parti iniziano a sentirsi i primi scricchiolii. La scena con le vampire di cui prima, che avrebbe potuto essere la rovina dell’autore, viene, invece, gestita impeccabilmente. Holmes non corre il rischio di diventare una macchietta, né un playboy, né un testosteronico cacciatore di vampiri (pericolo sempre presente).

Niente di tutto questo. Anzi, se c’è una cosa che Seitz fa molto bene per tutto il libro è proprio gestire il personaggio di Holmes, cosa tutt’altro che semplice.

No, il primo scricchiolio presente in questa scena è un altro: ferito e semi-comatoso, a Holmes spuntano due bei canini, che gli cadono qualche giorno dopo senza lasciare tracce.

Perché, vi chiederete voi?

Ecco, la risposta è: e chi lo sa.

Più o meno a un terzo del libro l’autore inizia a inserire dei dettagli privi di uno scopo narrativo, e per di più grotteschi e bizzarri. Dettagli che niente hanno a che fare con il vampirismo “classico” del Dracula di Stoker, né con nessun altro filone vampirico. 

Vari argomenti vengono sollevati e poi lasciati cadere come se non avessero più importanza. Viene messa un sacco di carne al fuoco, pasticciando con Moriarty, con il matrimonio di Watson, con Dracula stesso... che spunta fuori come una comparsa, per quanto “forte”, per scomparire subito dopo... Un guazzabuglio di date e di personaggi che sfrecciano davanti agli occhi del lettore senza lasciare una precisa impressione.

Di nuovo, pur in questa gestione assolutamente mediocre della trama, ci sono un paio di idee piuttosto brillanti. I personaggi recitano magnificamente, solo che recitano a casaccio.

E vorrei essere chiara su un punto: fin qua il romanzo è assolutamente godibile. Si legge bene, avvince, diverte e, come dicevo, in alcune sequenze sorprende favorevolmente. Tutta la vicenda di Lucy Westerna viene affrontata da un punto di vista insolito e molto interessante.

È come se Seitz utilizzasse il punto di vista di un Arthur Conan Doyle per rimettere le mani su Dracula. Lo ripeto: in alcuni momenti è brillante.

Purtroppo, verso il finale, il castello di carte della trama, già pericolante, si schianta miserabilmente. Con l’ennesima riscrittura del Grande Iato Seitz inizia a grattare il fondo e la svolta narrativa finale è banale, telefonata e tutto meno che affascinante. Ovviamente non scenderò nei dettagli, ma il punto che avrebbe dovuto essere quello di maggior pathos si rivela quello più prevedibile del libro.

Da un lato, questo genere di problema è difficilmente evitabile quando si scrive un apocrifo, a maggior ragione se è un apocrifo che deve “incastrarsi” in ben due differenti narrazioni. Ci sono alcuni fatti di cui non si può non tenere conto: il Conte Dracula, in Dracula, muore e Sherlock Holmes, ne “L’Avventura della Casa Vuota”, torna a occuparsi delle sue cose in Baker Street – e lì resta finché non decide di ritirarsi nel Sussex. Dunque la libertà di manovra, per Seitz, era piuttosto limitata. La soluzione che trova per cavarsi d’impaccio, però, non è minimamente all’altezza delle soluzioni usate in precedenza.

Che cosa resta di questo Sherlock Holmes e il morbo di Dracula (titolo raccapricciante, tra l’altro)? Un romanzo a tratti geniale e a tratti insufficiente, che non si fa perdonare del tutto per i ruzzoloni, ma che si fa amare per la recitazione dei personaggi, un romanzo che in alcuni punti è bislacco, ma che in altri è decisamente gustoso.

Un libro da prendere così com’è: imperfetto, ma sentito.

 
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