Alda Teodorani - Incubi
Scritto da Fabio Nardini   
sabato 04 agosto 2007

2005, Halley editrice

pag.117, euro 8

 

Da molti anni, Alda Teodorani lavora a ritagliarsi un proprio spazio nell’ambito della letteratura di genere in Italia. Uso volutamente, e non per pigrizia,  un’espressione sommaria come “letteratura di genere” in quanto Alda Teodorani si è sempre mossa sul confine tra horror, noir, erotico, fantascienza ecc.; e non tanto nel senso che abbia usato formule narrative diverse nei suoi romanzi, quanto nel senso che tutta la sua produzione è scarsamente definibile in termini di genere. Non è una caratteristica peculiare della Teodorani, se non fosse per un accentuato sperimentalismo, un sistematico stravolgimento delle convenzioni, una ricerca continua di nuovi mezzi espressivi. [...]

Sceneggiatrice di fumetti, autrice di CD letterario-musicali (ultimo “Quindici desideri”, una raccolta di raffinati brani erotici letti dalla stessa autrice), Alda Teodorani non ha esitato a fare di se stessa una sorta di icona letteraria, la “dark lady” del noir made in Italy. Lungi dal condizionarla dal punto di vista artistico, questa maschera (e chiunque la conosca di persona ha avuto modo di apprezzare la differenza tra la “signora delle torture” e la squisita e quasi timida persona che la Teodorani è realmente) le ha permesso di giocare creativamente con gli stereotipi dell’horror. Merito di una robusta capacità di scrittura e di un’inventività che non si lascia ingabbiare nelle formule di genere.

Questa linea di spiazzamento rispetto alle convenzioni del noir ha la massima espressioni in Incubi, il suo ultimo lavoro, un breve testo (chiamarlo romanzo sarebbe già un’imprecisione) al quale è davvero difficile dare un collocazione narrativa. Le prime cose che vengono in mente sono certe composizioni di matrice surrealista o pre-surrealista (penso a Breton, a de Nerval); testi nei quali il tessuto del reale sembra essersi totalmente piegato alla dittatura della soggettiva di un personaggio. Oppure, forse, ai deragliamenti dei migliori film di Lynch.

Incubi ha un incipit assolutamente piano: “Oggi è  finito un amore” leggiamo nella primissima riga.

Potrebbe essere semplicemente un abile trucco per creare un climax: dalla normalità all’orrore. Ma già due righe dopo, un accenno a “migliaia di lucertole” che passano sui vetri rigati di pioggia spiazza non poco il lettore. Le lucertole non hanno alcuna spiegazione: sono lì, come un dato naturale, come la pioggia, come il barbone in strada. Ancora una volta, potrebbe trattarsi soltanto di un espediente per preparare meglio il successivo sviluppo narrativo, ma non è così. In Incubi, semplicemente, non c’è sviluppo narrativo. La costruzione a diario non serve a creare tensione. Incubi è un diario, e basta. Ma diario di che?

Di una malattia mentale? Di una mente allucinata o intossicata?

Difficile dirlo, perché la vita della protagonista sembra del tutto normale: passa attraverso le stagioni, l’estate va al mare, in Agosto va in vacanza presso la famiglia, a Settembre torna in città. Non ci sono cadute in  qualche inferno personale (droga o pazzia), nessun tipo di eccessi, nessuna involuzione. Allora, di cosa ci parla Incubi?

Non è facile rispondere.

Si potrebbe dire che Incubi è un reportage sulla realtà dei primi anni del nuovo millennio, vista in uno specchio deformante (come sembra suggerire l’illustrazione di copertina); tutto quello che accade ogni giorno è lì, banalmente in bella vista ma distorto e piegato in modo da rivelare una sua possibile essenza. Così, la gita in spiaggia della protagonista diventa un’escursione in un universo dantesco eppure familiare, tra nudità e cellulari accesi, dove un cadavere nel bagnasciuga, oggetto delle morbose attenzioni dei bagnanti, offre il pretesto per una riflessione sulla necrofilia della società dell’immagine.

E’ evidente quanto questo tipo di letteratura sia lontana da un’immediata fruibilità per il lettore: che quasi di sicuro non si sentirà appagato dalla lettura di Incubi. Dopotutto, vorremmo sapere chi è l'autrice del diario, perché vede le cose che vede, e se si tratta di realtà o di illusione e di che tipo di illusione e dove la porteranno le sue allucinazioni. Domande alle quali la Teodorani non può rispondere, prima di tutto perché l’anonima redattrice del diario è un suo alter ego.

La mancanza di risposte è la causa prima del disagio che si prova leggendo questo libro – e anche del suo fascino.