| Tim Lucas – Il libro di Renfield |
| Scritto da Susanna Raule | |
| mercoledì 09 febbraio 2011 | |
Gargoyle, pp. 312, Euro 14.00Epoca vittoriana. Un oscuro istituto per malati mentali. Un dottore dei pazzi tutt’altro che equilibrato. Un edificio in rovina. Un dittafono i cui cilindri di cera ruotano lentamente. Vi ricorda qualcosa? Be’, sbagliato. Non sto parlando del Dracula di Bram Stoker, ma dello spin-off di Tim Lucas. Ma torniamo per un istante a Dracula. Ricorderete che il conte transilvano, ormai stanco della muffa del suo castello, a un certo punto decide di trasferirsi a Londra. Chiama un agente immobiliare, lo fa impazzire, acquista una bicocca cadente con vista su un manicomio e carica le sue casse di terra su una nave che arriva in porto in pessime condizioni. Poi inizia a vampirizzare le signorine bene dei paraggi, viene organizzata una bella spedizione punitiva e, insomma, la fine la conosciamo tutti. Ma durante la sua parentesi londinese Dracula non si limita a vampirizzare signorine di buona famiglia, forse ricorderete anche questo. Nel manicomio di cui parlavamo all’inizio c’è un ospite particolare, un folle che annuncia la venuta del suo signore oscuro e non viene ascoltato. È una figura tragica e grottesca, uno dei personaggi marginali che fanno di Dracula il capolavoro che è. Il folle Renfield, con le sue grida e la sua fame di vita brulicante. Nel Dracula, Renfield è lì, senza uno scopo preciso se non quello di dimostrare che il vampiro arriva come un miasma, e porta con sé oscurità e follia. È attraverso Renfield che Stoker fa crescere la sensazione che ci sia qualcosa di molto sbagliato nell’aria. Renfield porta la follia e il disgusto nelle pagine del libro.
Stoker non approfondisce il personaggio in modo particolare. Non ne ha bisogno. Tim Lucas, invece, decide di farlo. E questo, dal mio punto di vista, è il suo primo errore. Non perché i personaggi di Dracula siano intoccabili, anzi. Sono stati ripresi e rimaneggiati a più riprese da vari autori. Ma tra tutti i personaggi, Renfield costituiva l’azzardo più grande. Renfield è l’irragionevolezza, Reinfield è l’orrore. Spiega l’orrore e hai disattivato il congegno della paura. Tim Lucas, intendiamoci, si comporta da bravo studioso: ricostruisce il background draculesco, chiarisce i rapporti tra i personaggi, riempie tutti gli stacchi narrativi del romanzo originale con cura certosina. E spoglia ogni cosa del suo mistero. C’è qualcosa di molto americano, in questo. Nel dover spiegare, analizzare, capire. Che cosa? L’irrazionale. Il rapporto vagamente morboso tra il dottor Seward e i suoi pazienti, le censure della pruderie vittoriana, l’amore malato che la bella e volitiva Lucy attira su di sé in modo non del tutto inconsapevole. Dracula è un libro sulla decadenza della nobiltà e sull’ascesa della borghesia, certo. Ma è anche un libro che mostra, molto volutamente, le crepe della borghesia stessa. L’irrazionale, il decadente, ha presa sulla mente razionale dell’uomo nuovo come un parassita ha presa su una superficie meno asettica di quel che pensassimo. Lucas Tim mette la superficie in questione sotto un riflettore e ci mostra quello che prima intuivamo soltanto: non è affatto una superficie pulita. I germi, i batteri, il miasma (e che cos’è un vampiro se non un parassita?) attecchiranno facilmente: adesso è chiaro. Il libro di Renfield è un romanzo notevole sotto molti punti di vista. Lucas ha fatto un grande lavoro di ricostruzione, di integrazione e, senza dubbio, di documentazione. Le pagine del diario del dott. Seward sono molto vittoriane, nello stile se non nel contenuto. La follia di Renfield ha delle solide basi cliniche – forse fin troppo solide e fin troppo cliniche. L’evoluzione della trama è credibile. Manca tutto il fascino dell’opera di Stoker, quell’impronta unica che era impossibile ricreare (e velleitario tentare di fare) e che, forse, doveva essere sostituita con qualcosa di nuovo. Il romanzo di Lucas si dimostra, così, un buon libro thriller all’americana, che soffre del paragone con l’opera ispiratrice. E se la scelta di Lucas di confezionare una fiction invece dell’ottimo saggio che avrebbe potuto scrivere con il materiale a sua disposizione è perfettamente comprensibile da un punto di vista commerciale, lo è di meno alla luce dei risultati. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 09 febbraio 2011 ) |